Il tempo per Todd Haynes deve essere una questione strutturale, nel senso che un po’ tutto il suo cinema è costruito sulla scansione a vista della distanza che separa il suo sguardo dai mondi che rappresenta, dagli universi dei personaggi che mette in scena. Il sovraccarico del neoclassicismo di Lontano dal paradiso e Carol, l’evidenza glam che dipinge Velvet Goldmine, persino l’astrazione asettica impressa a Safe: ogni volta si sente il peso del tempo che separa l’epoca messa in scena dal senso di appartenenza dei suoi eroi, il cui dramma sta nel loro essere immancabilmente fuori tempo… E si traduce nel dramma espressivo di tutto il suo cinema, sempre ipertrofico, sempre così ricalcato e cubitale, dove l’eccezione che conferma la regola resta non a caso quel film perfettamente diacronico che è stato I’m Not There. Non costituisce invece un’eccezione (tutt’altro…) questo Wonderstruck, che semmai radicalizza la questione e la spinge in un confronto didascalico e inconcludente tra le due scene americane rappresentate sulla scia del romanzo di Brian Selznick: da una parte i declinanti anni ’20, che diventano un agglomerato di gestualità rappresentate come un film muto, dall’altra il fulgore vitalistico dei ’70. L’intreccio dei due mondi scaturisce dall’incontro a distanza tra due drammi adolescenziali in cerca di affetto: negli anni ’20 la piccola Rose Mayhew, figlia sorda di una diva del muto, scappa di casa per raggiungere a New York la madre, Lilian, così come cinquant’anni più tardi il piccolo Ben, rimasto orfano della madre bibliotecaria e insordito da un fulmine durante un temporale, si ritrova da solo sulle strade newyorkesi per seguire le tracce di un libro dato alla madre da quel padre di cui non ha mai saputo nulla.

 

Affidandosi alla sceneggiatura dello stesso Selznick, Todd Haynes intreccia meccanicamente i due livelli temporali, facendoli convergere verso la rivelazione finale che definisce il dramma di Ben e dà una soluzione alla vicenda di Rose. Ma l’insieme risulta farraginoso, inscritto in un malinteso calligrafismo, che solo nella parte finale trova una adeguata composizione drammaturgica. Manca ad Haynes la capacità appartenuta allo Scorsese di Hugo Cabret di gestire l’universo simbolico di Selznick, il valore del testo, l’accumulo di elementi biografici svariati attraverso un’oggettistica che scardina la museificazione in una vitalistica attualizzazione della memoria. Il limite evidente di un film come Wonderstruck sta proprio nell’incapacità di modulare attorno ai due bambini un mondo pulsionale in cui la loro ricerca si traduca in una fuga attraverso la fantasia verso la realtà. Non a caso solo la parte finale, in cui il piccolo Ben viene accompagnato alla scoperta della verità attraversando la New York miniaturizzata nel Queens Museum, ottiene una dimensione figurativa piena e efficace, insistendo su un rapporto paritetico tra la realtà, l’immaginazione, la fantasia e la verità. Per il resto risulta sprecato anche il tema del rapporto tra la narrazione e la parola, problematizzato nella sordità di Rose e Ben ma schiacciato da Haynes nel didascalico raffronto con un mondo fragoroso e incombente nelle sue scenografie.

 

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