234Mancano i colori, la luce, le parole, la vita. In Monte, il nuovo film di Amir Naderi, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia (e da poco nelle poche sale italiane), si riconosce l’impronta possente del regista iraniano, in lotta contro il mondo intero. Ambientato a metà del Quattordicesimo secolo, è stato girato interamente tra le montagne di Friuli e Alto Adige a suggerire l’asperità di un luogo difficile, dove non esiste alcuna possibilità di tregua nella lotta tra l’uomo, la natura e il destino. Una famiglia raccoglie la sfida e la porta alle estreme conseguenze. La recente morte della figlioletta li ha resi ancora più tenaci e testardi, decisi a non lasciare quel luogo da dove tutti sono ormai fuggiti perché il sole non riesce a penetrare la valle, completamente oscurata dall’imponenza di quel monte, appunto. Il terreno è impossibile da coltivare, il bosco infestato di lupi, mentre in paese gli abitanti si tengono a distanza, convinti che Agostino, la moglie Nina e il loro figlio Giovanni portino sfortuna. C’è molta rabbia in questo film così estremo e così ipnotico. Una sinfonia dolorosa che utilizza i suoni della natura, il vento, i tuoni, il boato della montagna, l’ossessione della pioggia, come fossero note inquietanti, corpi concreti che circondano i tre sperduti protagonisti. Sono i suoni, orchestrati in crescendo, a disegnare la profondità di questo microcosmo buio, che ci appare dipinto dai tocchi rari delle candele o di quel sole che non entra mai direttamente nelle inquadrature. Tutto questo per esprimere fatica e lavoro, come sempre nel cinema di Naderi, dove le mani sono quasi sempre in primo piano, sporche di terra o di sangue, ferite, eppure sempre in movimento nonostante l’ombra stia divorando i corpi.

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Un film di poche parole, si diceva, perché il dialogo, qui, si accende tra le immagini e i suoni, nella più pura delle astrazioni, dove non c’è corrispondenza tra i vari tempi dell’azione e non c’è continuità tra i luoghi. Come se Naderi avesse saputo estrarre direttamente dalle pietre questa storia, scolpita da sempre dentro la montagna, intrappolata nel nero ma tenuta in vita da suoni altrimenti incomprensibili. Un dialogo che continua nel tempo e nella Storia, per offrire una lezione di tenacia e di coraggio, di persistenza nonostante gli ostacoli. Quel “restare” che oggi è diventato più importante dell’”andare”, l’utopia di cambiare il mondo a partire dalle rocce che ci tengono imprigionati e dall’oscurità. Muoversi restando fermi, perché scavare, cambiare, adattare il presente a suon di martello rappresenta il segreto della ribellione. Stare per esistere ed esprimere il proprio slancio vitale. A supportarlo ci sono gli antichi pittori che il regista iraniano conosce profondamente e lega ai suoi personaggi, avidi di luce e per questo ritratti come fiammelle, che tremano senza spegnersi. L’idea di una vita servita a tracciare un percorso, 23333esistenzale prima ancora che concreto, è un’idea luminosa, saggia e controcorrente, è un’idea di fierezza che non conosce compromessi o scorciatoie. Come il ragazzo di Acqua, vento, sabbia, che non teme il deserto pur di raggiungere il suo scopo. Il discorso qui, come in quel film di quasi trent’anni fa, si costruisce attorno alla volontà come unico atto di fede dell’uomo, e al pensiero libero come segno di purezza. E così Agostino e Nina trascorrono anni arrampicati sulle pietre a compiere pochi gesti, sempre uguali. Lo stesso Giovanni, corso via bambino, ritorna correndo e, senza parole, imbraccia un martello per fare a pezzi quella parete che li tiene lontani dal sole. La vita di un uomo trasformata in metafora. Amir Naderi, ancora una volta, apre una strada nuova con movimenti semplici e forti, siano quelli di colpire una montagna, o di tenere in mano una macchina da presa. “Per rendere qualcosa possibile in ogni momento, paga con il tuo cuore, abbi fede e sii paziente. Non mollare finché non ci arrivi. Perché? Perché questo è il dono dell’essere umano: la sfida. In questo risiede il significato del venire al mondo: nel fare qualcosa. Questa è la ragione per cui ho fatto questo film”.

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