La scintilla la attribuisce a una conversazione con Matteo Garrone (per il quale – ricordiamolo – è stato aiuto regista in Estate Romana, L’Imbalsamatore, Primo Amore e tra gli autori della sceneggiatura di Gomorra). «Mi stimolò a scrivere di un pensionato povero che è costretto ad andare all’estero per migliorare le sue condizioni di vita. L’idea mi folgorò e dopo tre anni di lavoro sono arrivato a scrivere prima un racconto [Poracciamente vivere, nell’antologia Storie dalla città eterna], pubblicato da Sellerio, e poi la sceneggiatura del film [con Marco Pettenello]». Ecco, dunque, Lontano lontano di Gianni Di Gregorio, suo quarto lungometraggio dietro la macchina da presa (e ora anche un libro, di tre racconti, sempre per Sellerio), che dopo una fugace uscita pre-lockdown in sala è disponibile in streaming su piattaforma RaiPlay da giovedì 18 giugno. Schema al solito essenziale ma efficace, cinema dal sentimento, dal temperamento rionale – sul piano “esistenziale”, linguistico, antropologico-culturale –, ma a lunga, e sempre un po’ surrealmente, agevolmente cronachistica,  gittata. Tre uomini –  intorno ai settant’anni  – e una domanda: dove andiamo? Perché sanno chi sono e da dove vengono il Professore, Giorgetto e Attilio (Gianni di Gregorio, Giorgio Colangeli e Ennio Fantastichini, purtroppo al suo ultimo film, che non è riuscito neanche a vedere): i primi due con pensione striminzita e il terzo che s’arrangia con lavoretti di restauro di mobili e oggetti vari; tutti e tre che non sanno dove finiranno.

 

 

Lontano, lontano, decidono, in cerca di una vita migliore, fino alle Azzorre. Come no. Un film uno e trino, evanescente come il mondo interiore di Giorgetto, generoso come Attilio, gentile come l’ex insegnante di latino (per la prima volta non c’è “Gianni” per il regista/attore) che non sa avvicinarsi alla donna di cui è invaghito. Una Roma che ancora esiste, e che indolentemente resiste, che sullo schermo,oggi, è solo quella di Di Gregorio. In  un’ora e mezza di film una settimana di vite, illusioni, disincanti, ripensamenti, il tempo di un cinema residuale, fatto d’estate, e dove già Tor Tre Teste, ampiamente fuori perimetro, quartiere periferico della città, è luogo altro. Figuriamoci Terracina. È così, il cinema di questo regista classe 1949, esordiente nel 2008, è lontano lontano anche se sembra così vicino. E vagano e si fermano, si ritrovano e si perdono (talvolta per le strade, più spesso nei pensieri) i suoi personaggi, come quello di Giorgetto, ispirato a un caro amico del regista, “il Vichingo”, ovvero Luigi Marchetti, già in Pranzo di Ferragosto, figura storica di piazza di San Calisto a Roma, a Trastevere, scomparso due anni fa, o come la figura che Fantastichini ha un po’ ridisegnato sulle caratteristiche di suo un amico del Mercato di Porta Portese. Una «favola per adulti», come l’ha definita Colangeli, un cinema stanziale e in movimento, un’avventura antipicaresca. Un giovane immigrato, Abu (Salih Saadin Khalid) come inaspettato vettore narrativo e di senso, e Daphne Scoccia come unica figlia. Un film dal tempo tutto suo, così lontano così vicino al nostro, prossimo e distaccato, dall’andatura rallentata, dal sentire tenue, dall’esatta, piccola drammaturgia umanista, tra il bar e il tabaccaio, le albicocche e il vino, il carattere di un luogo e dei suoi protagonisti. Tra amicizia e solitudine, tra partire e restare. Un film di altri Buoni a nulla, forse. Ma con la verità, e le sue ragioni e sragioni, le sue innocenti e malinconiche negoziazioni, dentro.

 

 

 

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