Presentato nella sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia, Sole è un’opera prima tanto coraggiosa quanto ambiziosa, in grado di mettere in luce il talento di Carlo Sironi non solamente per la serietà e la misura nei confronti della materia trattata, ma soprattutto per la forma cinematografica adottata nel farlo. La storia narrata non parla (solo) di Ermanno (Claudio Segaluscio) e Lena (Sandra Drzymalska), delle loro scelte apparentemente amorali, della loro relazione e del piano escogitato per raccattare qualche soldo (lei è prossima al parto ma vuole vendere il neonato agli zii di Ermanno poiché non possono averne): Sole è un film che racconta, prima di tutto, l’apatia totalizzante di una società (la nostra) in cui persino i giovani hanno smesso di covare speranze per il futuro e preferiscono affidarsi alla buona (?) sorte di una slot machine. In maniera forse un po’ troppo simbolica (soprattutto se calato in un contesto filmico rigoroso e crudo), l’arrivo del sole non è da interpretare come la nascita della bambina alla quale i ragazzi decidono di dare tale nome, ma la speranza, o meglio la preghiera di poter tornare a vedere la luce in fondo al tunnel. Sironi lavora molto sull’ambiente e sulla fisicità dei luoghi abitati dai personaggi. Mette in scena un’Italia plumbea e stagnante dove nemmeno l’idea di una fuga verso una nuova avventura riesce più a farsi largo tra chi la abita. Tutto è fermo, tutto è buio. Il movimento, inteso proprio come moto, viene innescato solamente dall’emozione (parola etimologicamente derivante proprio dalla medesima radice). Questa sembra essere l’unica via di fuga per i giovani (Ermanno e Lena inevitabilmente si avvicineranno nel loro percorso e la piccola Sole potrebbe aprire orizzonti inesplorati per i due) o l’unica ancora di salvezza per gli adulti (gli zii di Ermanno che vedono nella piccola l’amore che insieme non sono mai riusciti a concretizzare). Sole scalda il cuore di chi la circonda e mette in azione le loro esistenze agendo come un centro gravitazionale.

 

In questo affresco terribile e spietato, Sironi non si schiera. Lascia che sia il pubblico a giudicare provocando lo sguardo dello spettatore e raccontando il tutto con strazianti e lunghissimi take che restituiscono lo sconforto generazionale e i turbamenti psicologici dei personaggi. Tutto è sottaciuto, trattenuto. Il climax (sottolineato anche dall’accompagnamento sonoro), lento e costante, porta quasi allo sfinimento tanto che nell’exploit finale si ha quasi un senso di sollievo nel comprendere che non ci troviamo di fronte a degli androidi. In questo accanimento nei confronti dello schermo e nella totale empatia che, sorprendentemente, emerge lungo i minuti risiede il vero successo di Sironi. Se si tratta di un sole per il cinema italiano è ancora decisamente prematuro affermarlo. Di certo però una miccia si è accesa e ci auguriamo che possa alimentarsi il più a lungo possibile.

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