C’è una battuta chiave nel documentario When God Sleeps, quando il protagonista Shahin Najafi fa propria una frase di Roger Waters: «se non avessi avuto una chitarra, avrei avuto una pistola». Aggiunge Shahin: «Mi riconosco in questa frase con ogni fibra del mio corpo…». Il film si apre su Shahin, che emerge dal buio di un corridoio stretto e fuori fuoco, entra in un piccolo appartamento pieno di chitarre, in cui si asserraglia come uomo braccato, tenendo proprio una pistola tra le mani. La pistola, così come il coltellaccio sempre accanto al letto e i guantoni da boxe, s’intravedono appena in un paio di altre scene, per il resto Shahin è armato solo di voce, un bicchiere pieno d’alcol – da vero “infedele” –  e di una chitarra (prima del concerto che chiude il documentario, il musicista prepara le corde del suo strumento con precisione quasi “militare”).

Shahin Najafi, per chi non lo conoscesse, è il musicista di origine iraniana che il London Times etichettò, qualche anno fa, come “Il Salman Rushdie del Rap”. Najafi è esule in Germania, dopo una fatwa per apostasia (il pezzo in questione era il rap “blasfemo” Ay Naghi). I suoi testi oggi mescolano farsi e tedesco per raccontare – ora più in chiave cantautoriale che hip-hop – l’avversione verso l’integralismo religioso e l’urgenza di fuggire dalle uniche due opzioni che l’Iran offriva a un musicista, prima della condanna a morte: diventare cantante di matrimoni, oppure “cantante” del Corano («Per un non credente non era proprio possibile, non aveva senso»). Il documentario When God Sleeps del regista tedesco-americano Till Schauder è stato presentato in anteprima al Seeyousound di Torino e al festival di Berlino e verrà presto distribuito nelle sale italiane grazie a Lab80. Mette a fuoco la vita reclusa e inconciliata di Najafi. Mescola scene di vita quotidiana, frammenti di videoclip (l’“indecente” Mammad Nobari), concerti underground a rischio attentato, i cambi di look per rendersi irriconoscibile, la relazione impossibile con la nipote del primo ministro iraniano e infine l’amore per la libertà di un uomo costretto, proprio in nome della libertà, a contemplare sempre una via di fuga. Entrando in una chiesa cristiana, Najafi dice: «Non posso dire che Dio non esiste, anzi in realtà per me esiste, però in questo momento dorme…». Ancora oggi Shahin vive da uomo “senza patria”, ogni giorno tra minacce di morte, diffidenza delle forze di polizia, pericolo per i membri della band (cambiano quasi a ogni tour), così come inevitabile paranoia: «Non puoi fermarti a scattare selfie con i fan, perché non puoi sapere se c’è pericolo» suggerisce a Sharin l’ex manager ed ex amico fraterno Shahryard Ahadi. L’ombra di qualche terrorista sempre sul collo, il pericolo ovunque. Osservava Charb, direttore di Charlie Hebdo ucciso il 7 gennaio 2015 (cfr. Les fatwas de Charb, edito in Italia da Piemme): «La nostra paura è la loro ragione di vita. La nostra paura è la loro vera religione. La nostra paura li nutre». Perchè i bersagli preferiti dei terroristi islamisti, dopo gli ebrei, sono un gruppo di vignettisti libertari, lo scrittore “satanico” Salman Rushdie o un rapper/cantautore iraniano come Shahin Najafi, immigrato in Europa, ma che resta, ovunque, un “senza patria”? Perché l’idea di esagerata e sconfinata libertà espressiva che hanno questi artisti anarchici e “miscredenti” è quanto di più detestabile, inopportuno e inconcepibile per gli integralisti di qualsiasi religione, divisa, forma e follia.

 

 

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