Shih-Ching Tsou, americana-taiwanese ha impiegato anni prima di riuscire a trovare i finanziamenti per portare sul grande schermo la sua opera prima, La mia famiglia a Taipei (passata a Cannes e poi alla festa di Roma dove ha vinto il premio per il miglior film ed è stata scelta a rappresentare Taiwan agli Oscar nella categoria della miglior opera internazionale). L’idea nasce dal ricordo del nonno e di quella mano sinistra da lui considerata la mano del diavolo (il titolo originale è infatti Left-handed Girl) che mette in movimento una vicenda e delle relazioni cristallizzate nel non detto di una famiglia tradizionale taiwanese e dell’intera società. Una madre, Shu-Fen, torna a vivere a Taipei con le sue due figlie (di 20 e di 5 anni) con lo scopo di gestire un chiosco nel mercato notturno rionale e andare avanti con vite che si intuisce essere state interrotte. Al carattere scontroso della figlia più grande I-Ann, è contrapposto quello gioioso della piccola e deliziosa I-Jing, sempre in movimento e in ascolto dei discorsi e delle tensioni emotive che la circondano, mentre lentamente la città si manifesta ai suoi occhi con le luci inarrestabili e le strade intricate del mercato diventano il suo terreno di gioco.

Girato con un I-Phone, per assicurare leggerezza allo sguardo della regista, La mia famiglia a Taipei è un viaggio attraverso le due direzioni dell’intimità e della scoperta esteriore, perché nel mettersi in gioco con il cambiamento (e con se stesse), le tre protagoniste riescono a guardarsi dentro nel momento stesso in cui si confrontano con la società, che vuol dire contraddizioni create dalla più ostinata cultura patriarcale, donne in affanno e in competizione, litigiose e sottomesse, esposte come oggetti, umiliate nella loro necessaria e continua ricerca di soldi, per pagare l’affitto e i debiti o, nel caso della nonna, trafficando in passaporti falsi e non solo, per finanziare l’impresa dell’unico figlio maschio. E così la vita procede velocemente a cucinare noodles ai passanti (Shu-Fen), a preparare sacchetti di noccioline (I-Ann) compiacendo i desideri del capo, e cercando di interpretare le parole dei grandi (I-Jing), non senza scossoni e traumi per verità che si rivelano bugie. Un viaggio profondo e sensibilissimo, diretto con la mano ferma di chi sa evitare ogni retorica e ogni sdolcinatezza. La sceneggiatura è co-firmata con Sean Baker (che è anche produttore e montatore del film) con cui Shih-Ching Tsou aveva realizzato a quattro mani nel 2004 Take Out, storia di una giornata a New York nella vita di un immigrato cinese senza documenti che deve guadagnare abbastanza per pagare il debito a chi lo ha aiutato ad arrivare negli Stati Uniti. Di quel film La mia famiglia a Taipei rappresenta ora un controcampo in perfetta continuità, ma più malinconico perché costretto nella sfavillante vita di una città e di un mercato, dove tutti interpretano un ruolo e mascherano la realtà dei propri sentimenti.


