Il primo movimento è empatico, lavora sulla dimensione dell’uomo per costruire un tessuto condiviso di emozioni. Cosa che del resto si adatta perfettamente al cinema di Kathryn Bigelow, sempre così permeabile al gioco azione-reazione esercitato sul corpo sensibile dello stare al mondo. La sceneggiatura di A House of Dynamite che Noah Oppenheim ha offerto alla regista si basa del resto su uno schema molto preciso, “meticoloso” per usare le sue parole: i tre atti stringono il campo sul fulcro del dramma, muovendosi sull’asse della dinamica bigelowiana essenziale, quella che si articola esattamente sul rapporto empatico tra azione e reazione, innescato dal gioco tra corpo e mente, istinto e logica, paura e sentimento. Il dramma in scena dura giusto 18 minuti, il tempo che separa l’azione dalla reazione, appunto: un missile balistico intercontinentale (ICBM in codice), lanciato non si sa da chi, viene rilevato dai radar e punta dritto su Chicago con la sua carica atomica. Morte sicura per milioni di persone, a meno che il sistema di difesa terra-aria non riesca a intercettare l’ICBM. In caso contrario toccherà a POCUS, il Presidente degli Stati Uniti, il compito di scegliere quale sia la reazione adeguata e contro chi attivarla.

Il tutto è giocato su più tavoli, in un intreccio di comunicazioni a distanza tra attori che seguono la linea di un’azione in cui si intersecano percezione del pericolo, valutazione delle cause, determinazione delle risposte possibili, elaborazione delle strategie di reazione e assunzione della responsabilità di una decisione. Un ordigno drammaturgico semplice e mirabile, che corrisponde perfettamente alle dimensioni simboliche (e purtroppo anche tragicamente realistiche) dell’ordigno balistico sospeso sulle nostre teste. “L’inclinazione si appiattisce”, recita il primo movimento che studia la traiettoria del missile e ne scopre la terribile verità, seguito dagli altri due atti: “Colpire un proiettile con un proiettile”, in cui è la scena militare a incarnare balisticamente le speranze di salvezza, e “Una casa piena di dinamite”, dove il nodo si stringe sull’ineluttabilità della questione essenziale e il dramma ricade sull’Uomo, che nel caso specifico ha il nome in codice POCUS e deve assumere su di sé la responsabilità di una reazione adeguata. Che può essere umana, e quindi contemplare il dubbio, la fiducia, la speranza, la paura, oppure può essere meramente dinamica, dunque rispondere alla logica, alla determinazione, alla regione (di Stato), allo schema prestabilito…

Kathryn Bigelow non lascia spazio alle scappatoie, la morale stringente del suo cinema si è andata sempre più raffinando rispetto alla determinazione di una logica dell’empatia applicata non tanto alla scena complessiva, reale, in cui si cala assieme ai suoi personaggi, quanto al dramma effettivo dei suoi personaggi, alla loro capacità di stare nel mondo portandosi dentro il peso della loro umanità. Anche solo guardando l’alternanza che la successione di titoli della sua filmografia recente illustra tra azione sul campo (The Hurt Locker, Detroit) e reazione a distanza (Zero Dark Thirty e ora A House of Dynamite), si capisce come per questa regista la questione morale fondamentale si giochi sulla linea di una necessità di stare nel mondo integralmente, con corpo e spirito, con l’azione e la determinazione. La potenza schiacciante di A House of Dynamite (anche rispetto agli altri scenari simili evocati al cinema sin dall’epoca della Guerra Fredda) sta proprio nella sua capacità di offrire ai suoi personaggi lo spazio mentale e morale di una consapevolezza definitiva, senza vie di fuga. Il film della Bigelow ha una ricaduta stringente sul peso psicologico e morale dell’ineluttabilità della tragedia, sulla mancanza di scappatoie logiche, sentimentali, emotive: non si può guardare da fuori, siamo comunque intrappolati nella realtà in cui ci caliamo. Valeva per Caleb in Il buio si avvicina, per Johnny Utah in Point Break, per Lenny Nero in Strange Days, per Alexei Vostrikov in K-19 esattamente come vale per tutti gli altri personaggi bigelowiani e per l’intera rete di comando della difesa americana di questo suo ultimo film: se riempi la tua casa di dinamite, alla fine…


