Muoversi tra le maglie di un festival a tessitura intensa come Rotterdam è un piacere: nulla di preordinato, niente di stabilito dalle regole del mercato, la selezione dell’IFFR incide la materia del cinema mondiale con una certa gioiosa immediatezza. La 55 edizione appena conclusasi ha aperto la stagione dei festival internazionali 2026 con un programma che ancora una volta ha lasciato spazio a un cinema imprevisto, lucidamente marginale perché trovato ai margini di quel sistema produttivo internazionale sempre più culturalmente corporativo, laddove c’è una vitalità che sempre meno vibra altrove. La ricchissima e estremamente varia selezione di Rotterdam, scandita in un ventaglio di sezioni pariteticamente disposte sulla scena del festival, si muove tra la Tiger Competition e la Big Screen Competition attraversando Bright Future, Harbour, Limelight, i programmi tematici, ed è un vero e proprio dialogo aperto tra opere, autori, cinematografie, spazio della visione. A fronte di troppi grandi festival dai quali si va via con la sensazione di essere stati occupati dai film, a Rotterdam ci si occupa dei film che si vedono e che provengono da cinematografie ancora immediate e flagranti.

Un cinema che sa di poesia e parla linguaggi inascoltati, come il film vincitore della Tiger Competition, Variations on a Theme dei sudafricani Jason Jacobs e Devon Delmar, ambientato sulle alture del Kamiesberge in uno spaziotempo che comprende passato e presente in una eternità che è quella della umana durata, un po’ vita e un po’ morte. L’ottantenne protagonista, che scivola nell’inganno di una truffa tesa ai familiari dei veterani della Seconda Guerra Mondiale in attesa di un risarcimento statale mai arrivato, è il tramite di un dialogo tra passato e presente che diventa la trama trasparente di un’opera sospesa e concretamente lirica, sorretta da un rapporto quasi plastico con lo stupore acquietato di una spiritualità sotterranea. Film di silenzi e di suoni, di paesaggi che si schiudono e di interni che contengono strati di vita, in cui la flagranza del filmare è coerente con l’architettura molto concreta che i due autori (già incontrati a Venezia Orizzonti nel 2024 con il loro primo lungo, Carissa) trovano nello spazio del Namaqualand, la regione semi-arida tra Sudafrica e Namibia in cui il loro collettivo denominato KRAAL opera attivamente.

Più lineare e meno sorprendente, ma non per questo poco valido, il film indiano che ha vinto invece la Big Screen Competition: Master, opera seconda del bengalese Rezwan Shahriar Sumit, che si muove sapientemente tra la denuncia sociale e il cinema spettacolare. La storia di Jahir, un insegnante di storia che vince col favore del popolo le elezioni e governa una regione del Bangladesh, diventa la parabola di un potere che corrode anche le ambizioni più pure e travolge le attese sia dell’individuo che della collettività. L’impianto drammaturgico è funzionale alla rappresentazione di uno scenario realistico in cui gli slum di periferia sono spazi di espansione autoritaria atti a ridisegnare le ambizioni del potere, così come gli interni familiari e le relazioni amicali diventano il perimetro in cui la tenuta flebile dell’umanità è messa alla prova senza appello. Siamo invece in territorio di quasi capolavoro con il filippino i grew an inch when my father died di P. R. Monencillo Patindol, visto in Bright Future e premiato con il NETPAC Award, assegnato a un film realizzati tra Asia e l’aria del Pacifico: immersione profondamente lirica nella tensione spirituale di un coming of age periferico, il film resta sospeso sul bianco e nero desaturato con cui filma la natura e le coloriture delle T-shirt dei due fratelli protagonisti, che crescono all’ombra della morte del padre violento, ucciso durante una lite dal genitore di un altro ragazzo col quale però condividono i giorni della loro infanzia.



