Amore e devozione: La stanza di Mariana di Emmanuel Finkiel

È un cinema di percezioni e istanze soggettive quello di Emmanuel Finkiel, come già aveva dimostrato nel precedente La douleur (2017) quando catturava il vissuto drammatico di una donna che instaurava una relazione con una agente della Gestapo per tentare di salvare l’uomo che amava. Un cinema mai ricurvo su sé stesso pur essendo immerso nei contrasti e pur riflettendo sulla distanza tra dentro e fuori, interni e esterni, luce e buio, salvezza e perdizione e, paradossalmente, un cinema aperto a nuove prospettive, disposto ad incrociare sguardi e immagini, incline a trovare soluzioni rappresentative che scavano nel solco tra invisibile e visibile, memoria e ricordo. Adattamento dell’opera di Aharon Appelfeld Fiori nelle tenebre, La stanza di Mariana, il nuovo film di Finkiel, coproduzione internazionale, mette in scena la vicenda di Hugo, giovincello giunto alla soglia dell’adolescenza che trascorre oltre un anno nascosto nella stanzetta di Mariana, una prostituta disposta ad assumersi il rischio all’interno del bordello in cui lavora.

 

 
Mentre la guerra infuria fuori dal vivace postribolo, Hugo e Mariana stringono un legame intimo ma complesso, fondato su amore, lealtà e devozione, che cambierà per sempre le loro esistenze. Una relazione costruita sulla sincerità nonostante la costante esigenza di velare la verità della cruda realtà. Come nel precedente film, anche qui Emmanuel Finkiel sceglie di affidarsi al talento solido della brava Mélanie Thierry, capace di interpretare un fitto spartito emotivo in grado di mettere in gioco ombre e dubbi di un personaggio avvolto dall’ambiguità. Ma, se ne La douleur Thierry assumeva i tratti della giovane donna disposta a mascherare la propria identità al fine di ottenere la salvezza del marito, entrando in un girone infernale fatto di assenze e presenze, mancanze e inganni, declinazione di un dolore intimo che ne rivelava la compiutezza perché si confrontava con il fantasma del ricordo, qui ne La stanza di Mariana il suo sguardo diventa veicolo di salvezza per qualcuno di altro che le si pone di fronte, visibile, percettibile, toccabile. È proprio dentro questo rapporto materico, di pelle, ossa, carne, sangue che il film di Finkiel instaura con lo spettatore un patto inequivocabile.

 

 
In apertura, infatti, sarà Hugo a porre la domanda sconveniente sul lavoro a Mariana la quale con tutta franchezza risponderà: «Io fingo, recito una parte» invocando quel principio di immedesimazione in qualcosa di fuori da sé che determina il senso dell’intera opera tesa a mettere in scena un’idea di salvezza. Per sopravvivere e non essere denunciati, occorre nascondersi, diventare altro cioè invisibili, intoccabili. Dal canto suo Hugo attraverso un autentico “coming of age” fatto di asprezze e riduzioni, limitazioni e scoperte affronterà un ventaglio di domande mai contemplate. Il film di Finkiel su questo è molto audace: quanto sono le soggettive spezzate, sporcate, disturbate da altro e altri? Quanto poco vede Hugo dallo spioncino della camera? Quanto poco percepisce della verità? Risulta a noi evidente, quindi, che ne La stanza di Mariana lo sguardo diventi tramite, ponte, anello di congiunzione ideale e prosecuzione delle ambizioni di adattamento del romanzo di Marguerite Duras da cui era tratto proprio La douleur. Un tassello importante per inquadrare meglio un regista che non abbandona il suo cinema fatto di sacrificio e di amore totale, anche nei confronti dell’immagine e della memoria.