Amori sottovoce: alla Berlinale 76 À voix basse di Leyla Bouzid

Cosa giace sotto la facciata del contratto familiare o sociale: il cuore del cinema di Layla Bouzid è la stratificazione delle azioni e soprattutto delle reazioni. Dopo Una storia d’amore e di desiderio, la regista torna a girare in Tunisia e si cala nello spazio più intimo e familiare che conosca, la casa della sua nonna a Sousse, città portuale 160 chilometri a sud di Tunisi, dove nell’infanzia ha trascorso momenti che nella sua memoria sono restati come un impasto chiaroscurale di riflessi e accensioni luminose, angoli nascosti e spazi occupati dall’intera famiglia. È un po’ questa la spazialità sulla quale Leyla Bouzid ha del resto costruito il suo terzo lungometraggio, À voix basse, che porta in Concorso alla Berlinale 76, calandola nel contesto familiare per eccellenza, quello di un funerale: archetipo sociale che enfatizza la materia dei ricordi, le funzioni dei vissuti, il potere del silenzio opposto alla sincerità, sospingendoli nel terreno vago della morte, che tutto definisce e conclude. Lilia è tornata da Parigi a Sousse per un funerale: lo zio Daly è morto in circostanze non troppo chiare e ancor meno onorevoli, trovato nudo per strada… La polizia, che ufficialmente parla di attacco cardiaco, indaga nel non detto che aleggia nell’aria e che la famiglia finge di non vedere.

 

 
Tutti sanno e tutti tacciono, per rispetto del dolore dell’anziana nonna, matriarca di una casa in cui regna un ordine familiare istituito, incrollabile, fatto di figli, nipoti, matrimoni, come quello al quale Daly era stato indotto dalla madre. L’uomo che si presenta a casa in lacrime per un ultimo saluto è stato il vero amore di Daly, il quale però non aveva mai avuto il coraggio di farsi carico di se stesso e aveva tenuto la sua realtà sessuale al di fuori della vita e della famiglia. Un po’ quello che sta facendo nonostante tutto anche Lilia, che è arrivata in Tunisia assieme ad Alice, la sua compagna, che però la aspetta in hotel, perché il tempo per parlare di sé alla madre non è ancora arrivato nemmeno per lei. E allora lo slittamento di campo tra il (melo)dramma di Daly e le problematiche attuali di Lilia è lo spazio in cui À voix basse si muove, costruendo in maniera in verità un po’ didascalica un parallelo che livella le ipocrisie istituzionalizzate di ieri e l’educazione del non detto di oggi, nella sfera di una insincerità che si fa dolore da incarnare. Le incertezze dei sentimenti e i segreti della carne sono lo spazio negati a una verità che deve fare i conti con le regole e col formalismo delle relazioni, inquadrate nel gioco sociale, sia esso familiare, religioso, civile.

 

 
Il dramma che governava problematicamente Una storia d’amore e di desiderio qui diventa lo spazio introflesso di un melodramma iscritto nel passato di una Tunisia non modernizzata e si rispecchia nelle paure psicologiche della protagonista, che deve imparare a confrontarsi con lo sguardo infine consapevole della madre tanto quanto con la finzione del non detto cui si conforma la nonna. À voix basse sta tutto in questo gioco un po’ a tesi, che non mantiene le promesse di trasparenza fatte dagli slittamenti di campo tra passato e presente in cui soprattutto nella prima parte Leyla Bouzid incorre insieme alla protagonista: panoramiche che spostano lo sguardo dai ricordi alla realtà, spazi della memoria che si aprono alla visione… Un gioco che se tenuto attivo avrebbe garantito al film una flagranza del dolore e nella liberazione ben più proficua della narrazione dell’ipocrisia alla quale dopo tutto infine si consegna.