Il tempo sospeso della devastazione: Justa di Teresa Villaverde alla Woche der Kritik di Berlino

Devastati sono i corpi umani e il corpo della natura in una regione di montagna del Portogallo, portati in primo piano nel nuovo film di Teresa Villaverde Justa (uno dei titoli di punta della Woche der kritik di Berlino di quest’anno e inspiegabilmente snobbato da diversi festival internazionali). Devastati nelle loro esteriorità e interiorità sono i personaggi che lentamente prendono forma in una narrazione che sa più di poesia che di prosa, che mostrano, alcuni, i segni tangibili conseguenti a un incendio boschivo (il riferimento non detto è a quanto accadde in Portogallo nel 2017) e, tutti, quelli “invisibili” che non li abbandonano, traumi indelebili con i quali convivere in ogni istante di ogni giornata. Devastata è la natura, la foresta rasa al suolo, mostrata all’inizio, ancor prima delle donne e degli uomini protagonisti di questo film-poema, in istantanee di alberi, loro resti, arbusti, chiazze annerite là dove in precedenza la vegetazione era rigogliosa. Siamo in un territorio sospeso, in un tempo che si è fermato – anche se bisogna andare avanti, nonostante tutte le ferite, che possono scomparire, e le cicatrici che permangono e mai lasceranno del tutto quella comunità.

 

 
Li conosciamo un po’ alla volta la bambina di dieci anni Justa (Madalena Cunha, bravissima, ma tutto il cast lo è) e il padre Mariano, il cui corpo è deturpato dalle bruciature (nessuna finzione, a interpretarlo c’è Ricardo Vidal, per la prima volta sullo schermo, e reso tale da un incidente), mentre la madre e moglie è morta nell’incendio; l’anziana Elsa (la brasiliana Betty Faria, star del cinema e della televisione), divenuta cieca e con un dolore che non le dà tregua per come è morto il marito e lei si è salvata, fatto che ha minato i rapporti con la figlia (Anabela Moreira); il ragazzo Simão (Alexandre Batista), inizialmente il personaggio di cui si sa meno, intento a calciare un pallone contro il muro del cimitero o a aggirarsi in quei posti, e che in seguito prende un ruolo rilevante, lui rimasto orfano, accanto a Elsa; la psicologa, senza nome (Filomena Cautela), che riveste una funzione sempre più di amica che di dottoressa nei confronti di Justa, chiamata a esserlo dalla bambina che è in cura da lei.

 

 
Come in un poema, Villaverde procede per sintesi, con una sintassi diegetica e formale che crea l’unità attraverso capitoli solo in apparenza separati, invece sempre più intrecciati, nei quali i personaggi appaiono, scompaiono, riappaiono ancora e riscompaiono ancora, infine ognuno consegnato al fuori campo. Justa non è un film che si chiude nella concezione tradizionale del termine, un tavolo vuoto in una stanza spoglia della casa di Elsa, senza più nessun essere umano nello spazio dell’inquadratura, è posto come immagine finale che interrompe il poema in perfetta sintonia con tutta la struttura, descrizione di momenti isolati che si fondono. Villaverde costruisce un’opera per inquadrature fisse o per camera a mano esemplare (si pensi alle soggettive di Elsa che con il bastone si incammina lungo la strada per entrare quindi nel bosco e farsi largo tra i grovigli, fino a cadere).

 

 
Un’opera dominata dal buio o dalla semi-oscurità e da improvvisi lampi di luce, di vegetazione, di acqua, reali oppure “memorie visive” di Elsa che entrano in campo con naturalezza e liberano per qualche istante dal senso di claustrofobia, di dolore, di perdita che il formato quasi in 4:3 rende ancor più tangibile e dà una vicinanza maggiore, intima, al vissuto dei personaggi (ricorrendo anche a magnifici primi piani). Villaverde cesella ogni inquadratura in un testo che si specchia nella pittura, dove le immagini si potrebbero estrapolare e rendere quadri da osservare all’infinito (alla fotografia c’è un inventore di luci come Acácio de Almeida). La regista di Lisbona (la cui filmografia si è avviata nel 1991 con A Idade Maior, seguita da titoli immensi che hanno fatto di Villaverde uno dei nomi più preziosi del cinema portoghese a partire dagli anni Novanta) realizza un altro film memorabile fatto di terra, fuoco (assente ma presente, pre-testo che fa capolino ovunque), vento, corpi e fantasmi, vivi e morti (così significative le scene al cimitero), al tempo stesso liquido e materico.