Berlinale 76: da Markus Schleizer la storia di Rose, che visse da uomo nella Germania del XVII Secolo

Scrivere la propria storia al maschile: l’atto rivoluzionario della protagonista di Rose, intagliato nella Germania del XVII Secolo, è un pezzo di piccola storia composto da Markus Schleizer su narrazioni e cronache dell’epoca, che riportano diversi casi di donne che hanno assunto un’identità maschile per trovare il loro posto e la loro libertà. Bianco e nero e, in primo piano, il volto sfregiato di Sandra Hüller, lunga cicatrice e occhio cadente sulla guancia destra, a testimonianza di una ferita conquistata sul campo di battaglia da una ragazza che si spaccia per uomo. Markus Schleizer racconta questa Giovanna d’Arco che segue solo la voce della propria ragione assumendola come figura quasi astratta di una storicità scritta sulla transitorietà del corpo, fatto più dall’abito che dalla carne. La voce fuori campo accompagna la narrazione cronachistica e sostanzialmente astratta – priva di enfasi, di empatia come di drammaticità – del caso in questione: assunto il nome e i documenti di un amico morto in battaglia al suo fianco, Rose si presenta nel villaggio da cui proveniva lo sventurato e, spacciandosi per lui, reclama la terra e la casa appartenuta ai suoi defunti genitori. Indagini e interrogatorio dei villici confermano per quanto possibile la sua identità e per Rose è l’inizio di una nuova vita da signorotto: uno schioppo in mano per uccidere l’orso che imperversa nei boschi e vantare un eroismo che ne solidifica la statura, poi una giovane sposa, figlia di un altro notabile della regione, da onorare sul talamo nuziale indossando un finto fallo…

 

 
Arriva anche un figlio, frutto probabile di altre attenzioni della sposa, che però completa la famiglia e il quadro sociale, almeno sino a quando Rose non resta vittima delle api che sta coltivando e la moglie che la accudisce non scopre il suo segreto… La parabola è evidentemente lo schema che Schleizer architetta per definire il transito dalla cronaca alla fiaba di questo dramma che intende stare tra Dreyer e Ruitz, ma senza ambizioni – sia detto come pregio… La qualità di Rose sta infatti nella sua capacità di appianare il portato simbolico della vicenda che narra, mostrando l’evidenza logica del dramma. Le ragioni opposte da Rose ai villici che l’hanno scoperta e la vogliono processare sono quelle di un pensiero che determina la realtà, chiedendo di dare valore alle azioni positive di quella persona che, essendo donna, ha dovuto spacciarsi per uomo per poter governare la sua gente, educarla, farla crescere, prosperare… Il film non complica i fatti appesantendo la drammaticità, trattiene il gesto anche quando, nel finale, si incede nel processo, lasciando che la dignità di Rose, la sua accettazione della condanna, si imponga sulla messa in scena. Rose è un film immediato, concreto, frutto di una logica che oggi appare determinata ma nel passato non è stata determinante.