È ancora una terra bruciata, quella in cui Fabio Segatori ambienta il suo quarto lungometraggio di finzione (senza considerare i vari corti e documentari): a solcarla stavolta ci sono le figure inventate da Miguel de Cervantes in un sedicesimo secolo quantomai attuale, visti i risvolti universali che Don Chisciotte ancora continua a proiettare nel presente e che attraggono nella sua orbita i registi più attenti e ambiziosi. L’intenzione dichiarata di Segatori è realizzare una trasposizione il più fedele possibile dell’opera originale, ma anche rimodularla in uno scenario dell’Italia meridionale che si faccia esso stesso personaggio attivo della storia. L’incipit (e l’excipit) vedono dopotutto in Sicilia lo stesso Cervantes, che immagina l’opera dopo essere rimasto ferito nella battaglia di Lepanto (evento storicamente esatto). Il suo giacere in un letto ferito descrive una circolarità parallela a quello del suo Don Alonso/Chisciotte, prima smanioso di avventure dalla dimora in cui vive, poi destinato a morir di noia per il destino negatogli e sotto le stesse lenzuola di un tempo. In mezzo c’è il mondo, attraversato nel viaggio picaresco insieme allo scudiero Sancho Panza, lungo le tappe più o meno note. La missione di Segatori è un atto di resistenza alle avversità di una produzione evidentemente realizzata con modalità da cinema indipendente, ma anche capace di non lasciare nulla indietro (per il film è stato costruito apposta un mulino di 12 metri) e di modulare sulla concretezza dei luoghi l’impresa di Don Chisciotte.

A fornire un solido aiuto c’è uno straordinario Alessio Boni, che porta in dote il percorso già compiuto a teatro con il personaggio. È lui a trasformare una potenziale maschera in un uomo reale, concreto nelle emozioni e empatico nella follia che diventa un lucido punto di prospettiva su un mondo disilluso e feroce. Segatori alterna così il lavoro sul paesaggio a un’attenta focalizzazione sulle posture degli attori e sullo sguardo di Boni, capace di racchiudere tanto l’innocenza e la purezza del cavaliere, quanto la profondità del vivere intensamente le esperienze più difficili del contatto con il mondo.In qu esto senso, l’impresa di Don Chisciotte diventa un tutt’uno con il lavoro del suo regista, che non casualmente dichiara di considerare la trasposizione anche un lavoro intimo e personale (l’autore lo ha ribadito nella presentazione al Bif&st di Bari, dove il film è passato nella sezione Per il cinema italiano): il suo Don Chisciotte diventa così non solo l’ennesima prova della vitalità dell’opera, ma anche un manifesto programmatico di un rapporto vitale con il cinema.La struttura episodica del viaggio del cavaliere si fa pertanto paradigma di tante possibili narrazioni che ci riportano agli esperimenti altri di Segatori, in cui l’autore viterbese ha sempre tentato di ibridare linguaggi e generi: c’è il già citato viaggio picaresco, il racconto di denuncia sociale e contro il potere, il percorso esistenziale, ma anche il western sudista, il racconto storico, la commedia slapstick, il dramma e l’epica avventurosa d’arme e di guerrieri, insieme a un certo realismo onirico di pura tradizione italiana (si pensi al Pinocchio di Comencini, solo per citare un titolo). Tutto tenuto insieme da uno sguardo sempre ad altezza d’uomo, in cui i vari personaggi riescono a risaltare con il giusto equilibrio, formando una dinamica mai verticale e riflessa nel
rapporto peculiare fra il cavaliere e il suo scudiero (il Sancho di Fiorenzo Mattu, altrettanto memorabile). Non un padrone e un servo, ma due amici e due persone che formano un legame perché reciprocamente si comprendono.


