Anche se la complessa tagline di lancio ribadisce che questa “non è una storia di fantasmi”, di fatto David Lowery riparte proprio da lì. Solo che in Mother Mary lo spettro non è uno, come nel suo più celebre film del 2017 (Storia di un fantasma, appunto), ma è quasi uno stato d’animo, un mood che permea l’intera narrazione. O forse, più semplicemente, il corpo etereo è quello della protagonista, Mother Mary, letteralmente sdoppiata fra il ruolo pubblico (e pertanto inafferrabile, etereo) della popstar di successo, acclamata dalle folle e celebrata dagli outfit che riproducono un’iconografia para-religiosa (la Madre Maria, non a caso) e il privato. Qui la ritroviamo sfatta, franta, in ripresa dopo un incidente sul palco e alla vigilia di una rentrée che però la trova attanagliata dai dubbi. Il vestito di scena che le hanno confezionato non le piace e perciò si reca in Inghilterra, dalla costumista e amica di una vita Sam, e fra le due inizia un confronto serrato, tra esistenza, arte e connessione umana. Prendendo spunto dal suo acclamato cortometraggio del 2011, Pioneer, Lowery riparte quindi da una situazione minimale, orientando tutto il racconto sul dialogo, ma anche su un vissuto pregresso che fonda la mitologia alla base della narrazione e quel che ha unito le due donne e di cui, di volta in volta, afferreremo solo alcuni pezzi. Il legame è l’altro fantasma del film, un’entità sfuggente cui la storia si premura di dare forma per il tramite dell’arte e della stoffa: la musica di Mary (che Sam rifiuta ormai di ascoltare come segno della cancellazione operata verso un’amica che l’ha tradita) e la stoffa della stilista, che è di fatto il tramite fra l’esistenza disgregata della donna e lo status divino della cantante.

Il confronto si fa perciò sempre più serrato, tanto più continua a essere sfuggente, e se le parole tengono il ritmo con la musicalità dei dialoghi, il resto è una costruzione visiva di impianto gotico, nel laboratorio-hangar di Sam, nella realtà situato in Germania e rielaborato con perizia dalla scenografa Francesca Di Mottola. Un luogo enorme in cui va in scena un conflitto “piccolo” tra due sole donne, ma di portata universale. Lowery lavora proprio sulla dialettica che si innesta tra il grande (lo spazio di lavoro, ma anche il concerto strapieno di fans) e il corpo minuto delle sue interpreti, il singolo gesto del tagliare la stoffa con le forbici, prendere le misure, esercitare la “laboriosità” del mondo. La vicenda si fa perciò interstiziale, lavora sugli angoli bui, sui pochi punti luce reali – impressionante il lavoro di Andrew Droz Palermo e Rina Yangin alla fotografia, in cui torna dichiaratamente l’ispirazione dal duello finale di Barry Lyndon – e trasforma quello spazio così indefinito seppur delimitato, in una specie di camera di deprivazione sensoriale. Si passa così a un livello metafisico: dal dialogo e dai pochi oggetti in scena, quasi da pièce teatrale, si dipana infatti non solo un mondo, ma anche un insieme caleidoscopico di forme, sintetizzate dallo spirito in rosso del malessere tangibile da cui Mary è posseduta.

Un’entità fluida, viscosa, e verso cui il dialogo e la preparazione dell’abito assumerà la forma di un autentico esorcismo. Il dramma da camera trasfigura così direttamente nell’horror, evidente sin dal momento in cui la cantante prova il numero di ballo in una performance tutta muscoli e nervi, quasi una parafrasi della danza di morte nel Suspiria di Luca Guadagnino – e il legame con il regista italiano è dato proprio dalla Di Mottola che aveva lavorato a Io sono l’amore. Dal molto semplice, Lowery trae così il suo film più criptico, un racconto che cerca di farsi esperienza visiva alla Dario Argento o Nicolas Winding Refn, ma che al fondo resta una storia di identità spettrali in cerca della propria realtà (oltre al già citato Storia di un fantasma, si presta bene al paragone anche Old Man and a Gun), sorretta dalle ottime interpreti: Anne Hathaway, innanzitutto, che compone una Mary a metà fra Taylor Swift e Beyoncé e esegue davvero i brani della colonna sonora composta da Jack Antonoff, Charli XCX e Danie Hart. E poi Michaela Coel, particolarmente incisiva per quanto concerne il ritmo e la musicalità dei dialoghi. Scelta non casuale, essendo l’attrice anche una poetessa e cantante, tanto per ribadire il sofisticato sistema di rimandi interno al film.


