«C’è un buco, sul fondo del lago, da dove vengono i film. Lui torna sempre.»
(Billy Preston / Gillian Anderson)
Sesso e morte in Un certain regard. In Teenage Sex and Death at Camp Miasma di Jane Schoenbrun, film d’apertura della sezione, uno studio cinematografico affida oggi alla filmmaker Kris (Hannah Einbinder, in una versione più imbranata del personaggio che interpreta nella serie Hacks) la resurrezione di Camp Miasma. Un franchise immaginario, che pesca da Halloween, Venerdì 13, Nightmare, ma soprattutto dall’inedito da noi Sleepaway Camp. Kris ha visto il primo film della saga all’età, forse inappropriata, di otto anni, ne conosce ogni dettaglio, è entusiasta di aderire al progetto. L’originale, di inizio anni Ottanta, era ambientato in un campeggio estivo per adolescenti, Camp Tivoli. Lì Little Death, killer con tuta di plastica e ficcata in testa una griglia di aerazione, terrorizzava e sterminava i ragazzi con una lancia, riemergendo dal lago nel bosco e facendo schizzare litri di sangue dai loro corpi. Scopriremo a tempo debito il perché, in una scena estesa di massacro, al ritmo struggente di una ballata romantica.

Per il rilancio dell’idea, Kris vuole ad ogni costo scritturare la protagonista del prototipo, Billy Presley (Gillian Anderson in versione diva decaduta, con accento southern alla Dolly Parton). L’attrice vive ritirata nei luoghi del set originale, in mezzo alle montagne dove Kris va a scovarla. Nel suo chalet fuori dal tempo si innesca quindi un gioco di rispecchiamenti e di pari passo un’attrazione sublimata e irresistibile tra lei e Kris. Distanti per età, divise dalla woke culture, fanno incontrare il loro desiderio a metà strada. Più precisamente, sul tappeto, dopo pollo fritto e una varietà di caramelle gommose e snack da serata del brivido. Billy non ha il wi-fi ma una saletta privata con proiettore dove, come Norma Desmond di Viale del tramonto, rivede ossessivamente quel film. In una scena madre, mentre stava facendo sesso con un coetaneo, il suo personaggio percepiva Little Death avvicinarsi e un dettaglio mostrava l’immagine di lui riflessa nell’occhio di lei. È un trionfo del voyeurismo che, attraverso una petite mort (o little death, quel momento di sospensione estatica e fisica che segue all’orgasmo), rovescia il principio dello sguardo maschile, interno a un genere spesso fondato sulla violenza sul corpo femminile.

«Per i primi trentadue anni della mia vita, il sesso è stato un trauma. Era qualcosa che dissociavo completamente e che evitavo. Quando facevo sesso, non volevo farlo, e certamente non ero presente a me stessa, perché come avrei potuto esserlo, se non mi sentivo nella giusta identità e nel giusto corpo?». Lo dice Jane Schoenbrun nelle note di produzione di questo piccolo gioiello che fa incontrare cinefilia ed eccitazione spettatoriale e le aggancia alla propria percezione di filmmaker transgender. Tra le tante opere metacinematografiche e autobiografiche di Cannes 79, in primis Amarga Navidad di Almodóvar, la sua è viscerale ma non ombelicale. “It’s all about flesh and fluids”, dice Billy. Semmai ricca di spunti e bizzarra in termini di linguaggio, girata con competenza e magnificente sensualità. Sotto la superficie di un intelligente slasher erotico lavora un punto di vista preciso, che scaturisce dalla dichiarazione qui sopra: l’associazione tra piacere della ricezione e godimento sessuale. Il tutto amplificato e aggiornato da una regista nata nel 1987, dalla politica delle piattaforme e dalla successiva legittimazione di nuove pratiche di visione di un guilty pleasure come l’horror di serie B. Il “piacere visivo” teorizzato in ambito femminista qui viene riposizionato dalla cineasta queer che gioca con gli stilemi del genere, riformulandoli con una generosa dose di ironia e sottigliezza: Kris si è segnalata nell’industria per un esordio “alla Psyco, ma con la prospettiva della tenda della doccia”. Cosa più importante, in uno slancio amoroso, Schoenbrun/Kris accorda a Camp Miasma – al cinema di genere, all’esperienza del vedere – il potere costitutivo dell’identità.

Da manuale di regia, a proposito, la sequenza coi titoli di testa, che dice molto della cinefilia pop e home video, e sintetizza il successo di Camp Miasma, prima esaltato e poi dimenticato. Ne vediamo il capostipite, più di una dozzina di seguiti e riedizioni, il culto tra videocassette e DVD, il merchandise a base di carte, poster, action figures e memorabilia di ogni tipo, in un distillato di economia del fanatismo. Schoenbrun qui porta a un livello ulteriore il ragionamento sulla cultura pop iniziato con We’re All Going to the World’s Fair (2021) e proseguito con Ho visto la tv brillare – I Saw the Tv Glow (2024). Chi guarda ha il piacere di scoprire citazioni e doppi sensi ma anche di distinguere ammiccamenti e provocazioni da un autentico, condiviso coming out. Con la prima opera che riflette sulla propria transizione di genere, Schoenbrun abbatte le divisioni nette tra finzione e realtà e apre una prospettiva inedita, pur rifacendosi ai maestri della stranezza e del body horror (una vagina che accoglie un disco e lo risputa, come fosse un lettore DVD). Riecheggiando gli universi mostruosi e soprattutto perturbanti di David Lynch. Sempre dalle note: «Spero davvero che, così come I Saw the TV Glow è riuscito ad avviare un dialogo sulla transessualità un po’ più intimo e complesso di quello che Hollywood di solito propone, questo film possa dare vita a una conversazione culturale più profonda sullo strano spettro della sessualità». Vincitore della Queer Palm al Festival di Cannes numero 79, in un’edizione zeppa di contendenti, Teenage Sex and Death at Camp Miasma arriva nelle sale con MUBI ad agosto 2026.


