Lo sguardo liminare: Everytime di Sandra Wollner, Prix Un Certain Regard a Cannes79

C’è ancora una volta lo sfasamento tra lo spazio della percezione e quello della vita al centro del cinema di Sandra Wollner: The Impossible Picture, il suo film di diploma che era già un’opera prima quanto a ricerca e maturità, stava tutto nello scandaglio di un interno familiare viennese anni ’50 attraverso gli occhi di una adolescente e della Super8 appartenuta al padre… Tutto un gioco di svelamenti non visti, di fenditure nella realtà percepita che rivela ombre e segreti del passato e del presente… Il successivo, The Trouble With Being Born, era invece un oggetto impercettibilmente fantasy, che ingannava l’occhio e la sensibilità lavorando sull’identità di un corpo androide piegato ai desideri delle famiglie cui appartiene. Ora la regista austriaca arriva a Cannes 79 con Everytime, la sua opera terza, e vince il Grand Prix Un Certain Regard con un film che si muove nell’interstizio tra il mondo reale e il sentimento della realtà di una famiglia (ancora una volta!), dove però ad agire è il senso dell’assenza, l’incolmabile bisogno di occupare lo spazio lasciato libero da una scomparsa inattesa, inspiegabile, inammissibile.

 

 
Lo sfarfallio della luce estiva perturba come un effetto fata morgana le profondità delle immagini che definiscono il mondo dei protagonisti: del resto la falsa percezione è la chiave del dramma di cui si occupa il film, quello di Jessie, una adolescente austriaca che lascia la vita precipitando nel vuoto dal tetto di un palazzo, mentre guarda il sole che sorge sospesa tra lo schermo dell’iPhone e lo sballo cercato in una notte di festa con Lux, il suo ragazzo. Sandra Wollner filma questa scena come uno spazio liminare tra la distanza di un campo lunghissimo che osserva da lontano, dando però quasi l’impressione di assistere a una soggettiva di Jessie: tutto lavora sulla dimensione percettiva, sull’intreccio di sguardo, emozioni, sentimenti, vibrazioni spaziali… È sempre così nel suo cinema e in Everytime lo è ancor di più. Anche perché questo non è che l’inizio del film, dal momento che da questo dramma ovviamente consegue la sopravvivenza della madre di Jessie, Ella, della sorellina Melli, con cui condivideva la stanza, e dello stesso Lux, che, sballato quanto lei, non era stato capace di capire cosa stava accadendo. Un anno dopo, un’altra estate: il ragazzo ha nuova vita; Melli anche, più o meno; Ella pure sembra pacificata, ma la sua normalità cova forte il sentimento del dolore, che quando infine esplode prende la forma di una fuga a Tenerife, con Melli e con Lux, che di quello stesso dolore della sopravvivenza deve pur farsi carico.

 

 
Tutto il resto è uno scandaglio del rapporto tra ciò che è e ciò che non è più: Sandra Wollner sa bene che il cinema è uno spazio della persistenza dell’immagine, lo sfarfallio della realtà che lambisce la rètina e si insinua nello spazio subliminare della vita… Ed Everytime è il teorema che lo dimostra, perché la regista anche qui, come nel suo film precedente, si concede il guizzo di una riattivazione della realtà, s’inventa un restart che parte dalla percezione, tocca i sentimenti, raggiunge la consapevolezza e infine si materializza come qualcosa di reale, concreto, vero… Film potente e immateriale allo stesso tempo, Everytime sta nel dramma di questa famiglia (storia di morte e di dolore e di salvezza), ma lo lascia scontornare nel gioco astratto del sentimento, nel bisogno di dare una nuova possibilità alla verità della vita. Si spinge in libertà, nel controluce e nella profondità inaudita e altrimenti inaudibile della realtà: il film, come tutto il cinema della Wollner, è tanto sonoro quanto visivo, le risonanze corrispondono ai riverberi, lavorano magnificamente in sospensione. Si esce da Everytime spiazzati, aperti, impercettibilmente sconvolti. Questo è cinema che abita il nostro sguardo e occupa la nostra percezione dei sentimenti.