Accumulo di orrori: sugli schermi La Mummia di Lee Cronin

Intorno alla metà degli anni Novanta, prima di dirottare su quello che poi diventerà M.D.C. – Maschera di cera di Sergio Stivaletti (1997), la collaborazione tra Dario Argento e Lucio Fulci inizialmente era orientata verso una nuova versione di La mummia. Ma, come ricorda lo sceneggiatore Daniele Stroppa, “né a Dario né a Lucio veniva in mente un’idea su come realizzare questo remake. Nemmeno gli americani si può dire che ci siano riusciti, dal momento che alla fine hanno deciso di buttarla sul fantastico alla Indiana Jones”, con un chiaro riferimento al blockbuster di Stephen Sommers del 1999. Ed è utile partire proprio da qui, da questo aneddoto apparentemente slegato dal contesto, per ricordare come quella della mummia sia da sempre la più sventurata tra tutte le creature dell’immaginario classico, e forse anche la più difficile da portare sullo schermo.

 

 
Perché priva di un modello letterario fondativo da seguire, reinterpretare o tradire, a differenza di un Dracula o di un Frankenstein (nonostante racconti e romanzi non manchino di certo, da Arthur Conan Doyle in poi), e perché oltremodo legata a doppio filo a un mondo – quello dell’antico Egitto, delle piramidi e delle maledizioni – talmente identitario da rendere impervia qualsiasi variazione sul tema. Una sfida che deve aver stimolato non poco Lee Cronin, dal momento che il suo film si affranca coraggiosamente dalla mitologia canonica del mostro per inseguire una via alternativa ai soliti luoghi comuni che hanno contraddistinto tutta la filmografia del genere, dalla Universal alla Hammer passando per esperimenti più bizzarri e meno noti (il ciclo “azteco” di Rafael Portillo, il Paul Naschy di La vengeanza de la momia, o addirittura il “rolliniano” Love Brides of the Blood Mummy di Alejandro Martì). Invece Lee Cronin – La mummia è una sorta di mummia senza la mummia; e questo, almeno sulla carta, è certamente l’aspetto più interessante di tutta l’operazione.

 

 
Ben venga l’intenzione di percorrere strade diverse, in linea con le due precedenti reinterpretazioni Blumhouse dirette da Leigh Whannell (L’uomo invisibile e Wolf Man): ma il sospetto è che per Cronin l’originalità passi esclusivamente per l’accumulo coatto di quanto più materiale possibile, limitandosi a strizzare l’occhio a un pugno di franchise facilmente riconoscibili dal grande pubblico senza dimostrare una visione d’insieme vera e propria (e dilatando la durata a dismisura, ma questa ormai è la prassi). Per esempio: L’esorcista, innanzitutto (anche se il tema della possessione è centrale sin dai tempi del primo La mummia di Karl Freund e ripreso poi in The Mummy’s Ghost di Reginald Le Borg), Poltergeist, il poliziesco investigativo e persino il found footage; oltre, naturalmente, al ciclo di Evil Dead, quasi fosse una continuazione del precedente film di Cronin, La casa – Il risveglio del male, dal quale mutua anche la predilezione per ambienti chiusi soffocanti e opprimenti dove la luce sembra far fatica a filtrare.

 

 
Insomma, una sorta di film-Frankenstein (si perdoni il gioco di parole), in cui però i diversi pezzi sono incollati tra loro in maniera raffazzonata e il tono generale rimane sospeso tra il dramma e la farsa, tra la dimensione tragica di un nucleo familiare sconvolto da un’antica maledizione e gli eccessi gore di chi non vuole prendersi troppo sul serio. Dettagli di unghie strappate, dentiere sottratte a cadaveri, corpi dilaniati dai coyote, raggiate di vomito e liquami vari: Cronin mette a dura prova la resistenza del pubblico con una propensione all’eccesso decisamente insolita e coraggiosa per un prodotto mainstream. Ma se il cattivo gusto, da solo, non possiede una sua poetica, un’idea, una visione politica di rottura nei confronti di un contesto e si rivela fine a se stesso, rimane soltanto un gesto calcolato a tavolino mai catartico né tantomeno rivoluzionario, nonostante la dimensione fieramente materica e analogica di tutto il film vorrebbe invece remare in tal senso. Chi si accontenta di un po’ di innocuo divertimento probabilmente resterà soddisfatto: ma da un regista potenzialmente interessante come Cronin – si veda anche l’uso degli spazi e la scelta per nulla banale di una desertica Albuquerque, che sembra diventare un tutt’uno con Il Cairo azzerando di fatto la distanza geografica – è lecito chiedere di più.