Romantico e ancestrale, il racconto della storia di amicizia tra due bambini destinati a separarsi per poi riabbracciarsi, è scandito dal suono delle onde che si infrangono sugli scogli, dal riverbero della luce del sole che illumina la schiuma dell’acqua, dall’intensità del blu del cielo che sembra non vedere l’ora di immergersi nel mare di Linosa, nelle Pelagie, luogo dove tutto ha origine, fine e quindi senso. Gli anfratti in cui le bestie selvatiche si nascondono, la polvere dei campi, il calore di un’estate trascorsa tra le risate, i giochi e l’inconsapevolezza del futuro che sembra già pronto a divorare la spensieratezza sono gli elementi che abitano un film dalla forma ibrida, in bilico tra osservazione del reale e suo svolgimento narrativo. Sorella minore di Lampedusa (anche se la più piccola dell’arcipelago resta Lampione), Linosa è l’autentica protagonista del film del regista di origine siciliana Leandro Picarella, già produttore con la sua Qoomoon anche del doc Lovano Supreme diretto da Franco Maresco, qui giunto al suo quarto lungometraggio dopo essersi fatto notare con Triokala, Divinazioni e soprattutto Segnali di vita vincitore del Premio del Pubblico Laceno D’Oro e del Premio del Pubblico per il miglior lungometraggio al Trento FF.

Sciatunostro è film di terra e cielo, fuoco e mare, visioni e scoperte, segreti e sogni, dove i corpi inseparabili di Ettore e Giovannino si preparano a vivere l’ultima estate insieme, ad affrontare il tempo della separazione: Ettore per andare al Nord, ad Agrigento, sulla terra ferma, per studiare, Giovannino per colmare il vuoto della sua assenza, dovendo restare sull’isola. “Sciatu” è il respiro, ciò che rende possibile il tutto, il soffio vitale di un’isola che possiede un’anima che si gonfia di attese e speranze scalfite dalle immagini rubate dalla videocamera di Pino, un anziano video amatore, e dal suo archivio di conservazione della memoria in cui il tempo si fa traccia condivisa di un’intera comunità. Frammenti, schegge rubate a un tempo ineffabile, sulla soglia di spazzare via tutto o di essere testimoniato, fissato, immortalato. Un’opera che mescola le suggestioni delle due precedenti e in cui traspare netta l’intenzione di Picarella di coniugare lirismo e realismo: da una parte, come in Divinazioni, si fissa lo sguardo su una condizione riflessa nelle caratteristiche dell’isola creando così le condizioni necessarie per vivere un viaggio tanto fisico quanto spirituale; come in Segnali di vita, ci si lascia interpellare dall’empatia, dal bisogno degli altri per comprendere noi stessi, nel riconoscimento della propria umanità e relazionalità.

Sciatunostro stringe queste due istanze, offrendo un’ideale sintesi nel tragitto interiore compiuto dai due amici e pure da Vito: andare e restare, guardare e filmare, attendere il domani e conservare la memoria. Le sue riprese amatoriali, ma intense e autentiche, traducono frammenti di vita isolana che si legano al racconto dei bambini in un unico movimento. In questo alternarsi tra osservazione e narrazione poetica, lo sguardo della macchina da presa è spesso basso, all’altezza dei bambini, e il ritmo segue il tempo dell’isola: lento, circolare, sospeso. Le immagini d’archivio sono ricordi che affiorano e che si mescolano al presente. Come dichiarato dallo stesso Picarella: «è un film che affronta temi come il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, l’isolamento, l’esperienza del distacco, la nostalgia. Ma vero protagonista è il tempo. Un tempo che cambia, che si rigenera e segue dinamiche proprie, ma anche un tempo che può essere conservato dentro un hard disk da due terabyte. Questo film nasce da un desiderio essenziale: restituire voce e respiro a una memoria collettiva che rischia di sbiadire e tentare di raccontare un sentimento, quello che si prova la prima volta in cui si ha a che fare con il distacco da qualcuno o qualcosa». Un film che evoca la semplicità e l’essenza di un luogo e di un modo di stare al mondo che non vogliono essere dimenticati.



