Un esordio, quello di Massimiliano Gallo, erede insieme al fratello Gianfranco di una tradizione musicale partenopea di tutto rispetto – il padre era Nunzio Gallo apprezzato cantante della scena musicale della città – che nel rispetto di queste ascendenze, guarda a quella comfort zone che è per lui il teatro, la scena, la leggendaria forma di spettacolo su più piani che è stata la rivista, un alternarsi di piani dello spettacolo che attingeva alle varie forme di intrattenimento popolare. È su questo canovaccio che La salita mette in scena un racconto che diventa tensione di libertà: un percorso che sta in equilibrio tra realtà e immaginario, tra desideri e paure, dentro il deserto della libertà. Il titolo allusivo possiede molti significati e contiene in sé il senso di una fatica per antonomasia, quella legata al raggiungimento di una meta, forse anche non scritta. Siamo negli anni ’80 a Nisida, l’isola vulcanica che sta di fronte a Bagnoli, dove c’è un carcere minorile, quello stesso nel quale era rinchiuso Ciro, il protagonista de L’amore buio di Antonio Capuano.

Il direttore del carcere (Gianfelice Imparato) coadiuvato da comprensive guardie carcerarie, tra cui spicca l’umanissimo Giovanni (Antonio Milo), deve fare fronte ad una nuova emergenza: il carcere femminile di Pozzuoli è stato chiuso a causa del bradisismo e una parte delle detenute è stata destinata a lì. Tra loro Beatrice (Roberta Caronia), avvenente moglie di un boss assassinato dalla camorra e madre di un figlio che ha fatto la stessa fine del padre: Beatrice chiede vendetta e al contempo instaura una relazione platonica, ma intensa, con il giovane Emanuele (Alfredo Francesco Cossu), uno dei ragazzi detenuti che è prossimo ad uscire di prigione. Il direttore del carcere immagina che il teatro possa diventare un utile sfogo e occupazione per i detenuti e le detenute e si rivolge ad Eduardo De Filippo, che all’epoca era stato appena nominato Senatore a vita. Il Maestro, cui dà voce e corpo Mariano Rigillo, si dedica con intensità a questo incarico, coadiuvato da Carlo Croccolo (Maurizio Casagrande) e Rosalia Maggio (Luisa Esposito). Il suo impegno darà i suoi frutti.

Gallo non intende raccontare la storia di detenzione dei suoi giovani protagonisti, quel carcere lì è troppo elegante e la vita che si fa in fondo non è poi così terribile. Né bisogna lasciarsi ingannare dalle apparenze e, se si tiene fede a questa intuizione, il film di Gallo non è neppure un film sulla rievocazione di quel fatto centrale per il racconto ma non altro che accidentale nell’economia del film. Cioè di quell’evento non a tutti noto e dell’impegno di Eduardo De Filippo per i giovani detenuti nel carcere napoletano. Si spese per quell’obiettivo e durante lo scorrere dei titoli di coda le immagini di De Filippo che conversa con i giornalisti cattura lo sguardo e diventa sigillo per un film che ha anche, e quasi inevitabilmente, questo scopo. Quello che si prova a dire quando si afferma che La salita non è un film sull’episodio che pure ne occupa la parte più importante è che, nonostante tutto, questo non è un film su quella memoria e se Rigillo mette in atto le sue migliori doti d’attore per allontanarsi da ogni imitazione del grande commediografo e attore, riuscendo a restituire il senso profondo di quella caratterizzazione che lo qualificava, una ragione, più o meno inconsapevole, ci sarà.

Più realisticamente il racconto di Gallo diventa un racconto di formazione, una formazione all’amore, ai sentimenti, un racconto che segue Emanuele, il più introverso del gruppo di giovani che vivono le loro giornate tra gli splendidi fondali dei tramonti mediterranei e le celle della prigione. Tutto avviene in quel limbo in cui si costruisce lo spettacolo, si dà forma alla recita e al tempo stesso si acquisisce la forma della propria coscienza. Massimiliano Gallo forse, e senza svelare troppo, racconta del suo amore personale per lo spettacolo, qualunque sia, per la stretta vicinanza con il pubblico. E allora si comprendono le tracce di questa storia che vive tra i piaceri e le paure del palcoscenico e che rimette in moto il passato glorioso della “Rivista”, che diventa un genere ormai scomparso ma nel quale hanno trovato posto grandissimi attori del nostro passato, a cominciare da Totò. Gallo aveva bisogno di raccontare questo bagaglio di storie e lo ha fatto utilizzando un fatto di cronaca, lavorando sulla materia attraverso la freschezza giovanile, tra innamoramenti pericolosi e devianze sempre pronte a subornare lo spirito, ma anche attraverso una caparbia volontà, quella che dimostrerà Emanuele in quella corsa del finale che significa fuga e tensione verso un altro traguardo.


