WorldCup2026 – All come to look for America

Bookends, l’album che contiene il singolo America

All come to look for America, vengono tutti a cercare l’America, si conclude una delle canzoni più famose di Simon and Garfunkel, scritta nell’anno di grazia (anche sotto il profilo musicale) 1968. Tutti tranne l’Italia, verrebbe da aggiungere, la grande assente della XXIIII edizione della fase finale dei campionati mondiali di calcio, la prima che vede impegnate 48 squadre, la prima ospitata da tre diverse nazioni: gli Stati Uniti, ovvero l’America propriamente detta, e le sue due nazioni confinanti – termine che diventato riduttivo per il presidente Trump, che da qualche tempo, come Cesare Ragazzi (al quale forse deve qualcosa…),  si è  messo in testa un’idea (per lui) meravigliosa -: Canada e Messico. Ha così il sapore della beffa la circostanza che la partita inaugurale, in programma stasera alle 21 italiane tra Messico e Sudafrica, si disputi in quello stadio Atzeca, oggi chiamato Mexico City Stadium, che ospitò una delle partite più leggendarie degli azzurri, la semifinale del campionato del ‘70, l’ultimo intitolato a Jules Rimet, l’ideatore della manifestazione, terminata con il celeberrimo 4-3 ai danni della Germania Ovest. Detto di passaggio che Messico-Sudafrica aprì anche il campionato del 2010, la terza esclusione consecutiva degli azzurri, che in precedenza non si erano qualificati per la fase finale soltanto nel 1954, é tanto più clamorosa alla luce dell’ampliamento delle partecipanti, che ora rappresentano quasi un quarto delle affiliate alla Fifa (48 su 211).

 

L’Uruguay campione del mondo nel 1950

 

Va inoltre segnalato che le altre sette nazioni che si sono fregiate del titolo iridato (in ordine di apparizione: Uruguay due volte, Germania quattro, Brasile cinque, Inghilterra una, Argentina tre, Francia due, Spagna una) sono puntualmente in lizza e, con l’eccezione della Celeste, diciassettesima, ma anche assente dal gradino più alto del podio del lontano 1950, figurano nei primi dieci posti del ranking Fifa aggiornato al 3 giugno, che vede primeggiare i transalpini davanti agli iberici e ai campioni in carica, mentre i Leoni d’oltremanica sono quarti, i verdeoro sesti e i tedeschi decimi. A dire il vero l’Italia si trova soltanto due posizioni dietro la Germania – in mezzo c’è la Croazia seconda in Russia e terza in Qatar – mentre la Bosnia Erzegovia, esempio preso a caso, occupa la sessantaquattresima piazza. Il che può voler dire che il ranking Fifa è attendibile come una scadenza indicata da Trump o più semplicemente che in campo non scende il passato. E qui ci fermiamo, anche perché ha più senso parlare dei presenti che degli assenti, i quali, notoriamente, hanno sempre torto. Aggiungiamo soltanto che l’Italia sarà comunque rappresentata da tre allenatori (oltre che dall’arbitro Mariani, che appartiene però a una categoria che non gioca, fatte salve alcune eccezioni, come Sergio Gonella nella finale vinta dai padroni di casa dell’Argentina sull’Olanda nel 1978): Carlo Ancelotti, alla guida del Brasile che non vince da 24 anni e già soltanto per questo rientra nella ristretta schiera dei favoriti; Vincenzo Montella, che ha riportato alla rassegna la Turchia che non si era più qualificata dopo il sorprendente terzo posto del 2002 e Fabio Cannavaro, chiamato a guidare l’Uzbekistan dopo che la rappresentativa della repubblica caucasica si era assicurata la sua partecipazione al torneo.

 

 

Le altre tre matricole – nemmeno tante, visto il passaggio della formula da 32 a 48 squadre – sono Capo Verde, Curaçao e Giordania, mentre dopo 52 anni si rivede Haiti, che esordì proprio contro l’Italia (il tasto batte dove il dente duole) rimediando una sconfitta per 3-1, ma prendendosi lo sfizio di passare in vantaggio interrompendo l’imbattibilità di Dino Zoff in Nazionale dopo ben 1.143 minuti. Due parole sulla formula. Le 48 squadre (sedici europee, dieci africane, otto asiatiche, sei sudamericane, due nordamericane, altrettante centroamericane, caraibiche e australi) sono divise in 12 gironi, contrassegnati dalle lettere dalla A alla L (sì, dopo la I compaiono la J e la K): accedono alla fase ad eliminazione diretta, ovvero ai sedicesimi di finale, le prime due classificate di ciascun raggruppamento, più le otto migliori terze. Questo significa che si disputeranno 72 partite per eliminare 16 squadre. Se vi sembra insensato, siete d’accordo con me. L’ultima gara della prima fase sarà Giordania-Argentina, in programma nelle prime ore del mattino italiano del 28 giugno. Nello stesso giorno inizieranno i sedicesimi, cui seguiranno a spron battuto gli ottavi che si concluderanno il 7 luglio. Il giorno dopo sarà il primo senza partite, dopo un’abbuffata di 96 gare concentrate in 27 giorni. Poi si respira, visto che le ultime otto sfide (compresa l’ambitissima finale per il terzo posto) si disputeranno tra il 9 e il 19 luglio, giorno in cui si assegnerà il titolo con calcio d’inizio alle 21 italiane nel New York New Jersey Stadium. Spicciole per concludere. Gli stadi che ospiteranno le partite sono 16: oltre ai due già citati, si giocherà a Toronto e Vancouver (Canada, ma non serviva specificare); Guadalajara e Monterrey (Messico, idem) e Atlanta, Boston, Dallas, Houston, Kansas City, Los Angeles, Miami, Philadelphia, San Francisco e Seattle.

 

 

Detto e ridetto che le 48 partecipanti alla fase finale sono una novità e rappresentano il record, vale forse la pena di ricordare che le edizioni più scarne furono quella inaugurale del 1930 in Uruguay e la prima postbellica nel 1950 in Brasile, entrambe con 13 squadre ed entrambe vinte dalla Celeste, nella seconda occasione superando 2-1 in rimonta padroni di casa, ai quali sarebbe bastato il pareggio per fregiarsi del primo titolo, visto che la formula dell’epoca prevedeva un girone all’italiana tra le vincitrici dei quattro raggruppamenti. Tecnicamente non si trattò dunque di una finale, ma della gara conclusiva del torneo, passato alla storia soprattutto per la disperazione dei quasi duecentomila spettatori presenti al Maracanà di Rio de Janeiro e di un’intera nazione. Dato il numero particolare di partecipanti e la scelta di dividerli  in quattro gironi, accanto ai due composti da quattro squadre, se ne annoverò uno dai tre e uno da due, francamente difficile da definire come tale. Alla fase di qualificazione di quel mondiale, che ripartiva dopo la lunga interruzione dovuta al secondo conflitto mondiale (la precedente edizione si era svolta in Italia nel 1938, con relativa vittoria degli azzurri in un tripudio di saluti romani) venne impedita la partecipazione alla Germania e al Giappone, mentre l’Italia fu invitata in quanto campione uscente.

 

 

Di più. L’organizzazione si accollò i costi della trasferta che gli azzurri preferirono effettuare in nave, non tanto per non approfittare eccessivamente della generosità della Fifa, quanto in seguito allo choc della tragedia di Superga dell’anno precedente. Proprio la perdita dei giocatori del Torino, che avrebbero costituito ben più dell’intelaiatura della squadra, e il disagio di un viaggio durato tre settimane (celebri le foto degli azzurri che si allenavano sul ponte della nave, almeno finché tutti i palloni non finirono in mare) condizionarono il Mondiale dell’Italia, inserita nel girone a tre con Svezia e Paraguay. Sconfitta 3-2 all’esordio dagli scandinavi, superò poi i sudamericani, non passando il turno in seguito al pareggio tra le altre due contendenti. Dimenticavo il pronostico. Che per una volta è una certezza. Al termine del torneo, il presidente Gianni Infantino consegnerà la coppa a Donald Trump, come fece lo scorso dicembre con il Premio Fifa per la Pace, istituito per l’occasione al fine di stemperare l’amarezza del presidente degli Stati Uniti per la mancata attribuzione del Nobel per la pace.