La sfida hitchcockiana di Il delitto del 3°piano di Rémi Bezançon

Colette (una perfetta Laetitia Casta) insegna cinema alla Sorbona ed è specializzata nel cinema di Alfred  Hitchcock che secondo lei si considerava un indagatore della vita di coppia piuttosto che Maestro della suspense. Suo marito François ( un sornione Gilles Lellouche) scrive bolsi romanzi gialli storici dove si vede nei panni di un detective, mentre per la figura dell’aiutante nelle indagini si ispira alla moglie. La loro vita di coppia si trascina nella routine fino a quando non compare nella finestra di fronte il loro nuovo vicino (un cauto Guillaume Gallienne), un attore che li invita alla prima del suo Amleto. Da quel momento parte una vicenda che appare come un calco di La finestra sul cortile, con varie citazioni da Notorius, La donna che visse due volte, Psycho.

 

 
Colette si convince che il suo nuovo vicino abbia assassinato la moglie muta (proprietaria del teatro) e che la donna che si spaccia per lei sia una complice. François è molto scettico rispetto all’ossessione della consorte ma la strana indagine li prende sempre di più costringendoli a lasciare le loro abitudini per spiare la vita altrui. Ma tentare di scoprire se c’è stato un crimine al terzo piano non è facile come sembra. Lo scioglimento dell’enigma avviene in teatro con una chiara citazione di Vogliamo vivere di Ernst Lubitsch con l’accelerazione del monologo di Amleto, mentre la coppia di improvvisati investigatori si muove fra le quinte. Rémi Bezançon (Il mistero di Henry Pick), firma un divertissement cinefilo con due momenti discretamente imbarazzanti. Il primo è la pedante (e inutile, dato che ferma il film) spiegazione data da Colette al consorte su cosa sia il  McGuffin. Motore della trama, pretesto narrativo che per Hitchcock più è insignificante per il pubblico, meglio funziona. L’altro è un farlocco filmato in bianco e nero che l’insegnante mostra ai suoi studenti dove una critica (sempre lei, che si chiama Clarice Starling come Jodie Foster in Il silenzio degli innocenti) intervista un improponibile Alfred  Hitchcock creato con la AI che illustra la sua poetica, lo scarto cognitivo, con lo spettatore che sa più del personaggio, la manipolazione del tempo, la costruzione della suspense…

 

 
Sinceramente una divagazione inutile. Perché se si sta al gioco Il delitto del 3° piano è un pastiche godibile, tiene un buon ritmo con un meccanismo di equivoci e gag che girano bene e riferimenti puntuali al cinema del Maestro. Per Rémi Bezançon si tratta di un « film costruito per strati: un’indagine, una riconquista amorosa, un omaggio ai registi che amo. Ho sempre immaginato i miei film come una sorta di caccia al tesoro, disseminata di riferimenti e di indizi…». A metà strada fra commedia giallo-rosa e cinefilia, il regista ha confessato che mentre scriveva il film sullo sfondo si agitava  l’idea che una coppia si possa salvare attraverso la finzione. E, forse, qui sta il problema, come scriveva l’immenso Mark Twain: «l’unica differenza fra la realtà e la finzione è che la finzione deve essere credibile». Il delitto del 3°piano zoppica quando pretende di dare troppe spiegazioni e dire che Hitchcock ci aveva avvertiti: « tutto ciò che viene detto invece che essere mostrato è perso per il pubblico». Forse per questo il film fatica a trovare una propria decisa identità quando la narrazione visiva viene imbrigliata dalle parole,  mentre l’indagine rischia di divenire un pretesto per domandarsi se Colette e François riusciranno a capirsi di nuovo, a ritornare complici.