Come spiega all’inizio del film la guida al gruppo di curiosi turisti intenti ad immergersi nei segreti della storia del cinema e degli Studios della Universal, i Minions hanno salvato Hollywood. Sì, proprio loro e nonostante tutto, tanto dalle grinfie di un manipolo di brutti mostri inferociti e dispettosi (da loro ingenuamente creati) quanto dalle sciagurate scelte produttive dei manigoldi che abitano la filiera cinematografica statunitense. Fosse un film della Dreamworks, o della Pixar, verrebbe da domandarsi chi siano i veri mostri da combattere, quali i sottotesti o le linee interpretative da intercettare. Invece, bando alle speculazioni, ci troviamo nel regno della Illumination e l’unica regola, il marchio della factory di Chris Meledandri, è quel divertimento sfrenato che da sempre caratterizza uno dei franchise più in forma del decennio. Ha infatti dichiarato il patron della casa di Santa Monica: «I Minions cercano sempre di servire i sogni altrui, mentre questa volta potevano scoprire un sogno tutto loro. Abbiamo subito pensato che ambientarla negli anni ‘20 avesse senso, perché il cinema era ancora agli albori. Era un mondo fatto di istinto e commedia fisica, che ci sembrava il posto perfetto in cui collocare i Minions».

Ecco, appunto, l’operazione Minions & Monsters, settimo capitolo dell’universo narrativo legato al cattivo-non-cattivo Gru e alle creature gialle gommose e casiniste, con un pizzico di sfrontatezza e ruffianeria altro non è che il simpatico tentativo di riportare sul grande schermo la più pura (se vogliamo puerile ma raramente grossolana) forma di intrattenimento per famiglie basata su due ingredienti: l’intreccio semplice e la comicità slapstick. Non è poco. Guardiamolo per quello che offre, e gustiamolo per quello che è: un’audace e furba maschera cinefila che parodizza il cinema (non solo delle origini) senza prendersi sul serio. Illumination ricorda allo spettatore la bellezza dello spettacolo vissuto in sala e sul grande schermo e invita a vivere un’avventura goliardica senza troppi fronzoli, rompendo anche i rigidi schemi narrativi e commerciali imposti dal mercato.

Senza badare a convenevoli, con il diciassettesimo lungometraggio diretto dal fedelissimo Pierre Coffin, già regista dei primi tre film di Cattivissimo Me e del primo Minions (presta inoltre la voce ai Minions fin dal loro debutto cinematografico nel 2010), scritto da Brian Lynch (Minions, Pets – Vita da animali) e dallo stesso Pierre Coffin, Meledandri ribadisce al mondo (del mercato dell’animazione) che i Minions sono ancora tra i personaggi animati più iconici della loro generazione e una vera macchina per fare soldi. Come già accadeva in Cattivissimo Me 4, il film di Coffin punta tutto sulla sostanza spremendo fino all’osso la rodata formula dei titoli precedenti che tanto ha concesso alla fortuna di una delle saghe più celebrate del cinema d’animazione degli ultimi vent’anni. L’incipit e tutta la prima parte saranno il cavallo di battaglia di tanti che vorranno avvicinare i bambini alla bellezza del cinema attraverso un concentrato di scene iconiche desacralizzate e rivisitate dagli stessi Minions. Fin dai titoli di testa i gialli entrano in scena (in bianco e nero), ammiccano al cinema del passato, vanno in rotta di collisione con i miti e i riti del cinema delle origini: Lumière, Melies, Chaplin, Keaton, Casablanca, Quarto Potere, ET.

Da una parte sono loro la miccia che innesca la forza del cinema (si veda la famosa scena tratta da Tempi moderni in cui Charlot finisce inghiottito dagli ingranaggi della macchina e della catena di montaggio a causa dei Minions), dall’altra si fanno interpreti di un’autentica riscrittura su pellicola dei grandi classici e subiscono le conseguenze del passaggio dal muto al sonoro (e i riferimenti a Cantando sotto la pioggia non mancano) compresa l’inevitabile caduta nel fallimento e risalita al successo. Il tutto è condito da un’abbondante dose di sperimentazione sui generi e l’effetto straniante causato da questa struttura frammentata in cui si accavallano western, horror, sci-fi, funziona fino alla seconda parte del film dove il ritmo da forsennato si fa più cauto e giocherellone perdendo di vivacità. L’epilogo presenta un twist un po’ prevedibile ma non banale in cui, di nuovo, in tanti troveranno spunto per tornare a riflettere sulla potenza delle immagini e sul senso di ciò che guardiamo, anche a cominciare dalla comicità generosa e imprevedibile dei Minions.


