Bellezza e inutilità: due poli del mondo cinematografico pixariano di ultima generazione. Se da una parte l’attenzione della casa di Emeryville è rivolta a coltivare esperimenti bizzarri ma intelligenti (Luca, Red) che hanno fatto emergere un multiculturalismo spiccio, dall’altra la tendenza a riscrivere storie di genere, pur mantenendo fede a una generosa curiosità, si è rivelata non sempre all’altezza delle aspettative del pubblico (Elio, Elemental). Così, in un mercato in continua trasformazione, caratterizzato da dati alla mano per nulla soddisfacenti e dinamiche aziendali non sempre idilliache, non deve meravigliare che Pixar abbia scelto di risollevare le proprie sorti riaprendo saghe da tempo concluse. La qualità c’è, ma non lo spazio per l’originalità. E forse proprio per questo Toy Story 5 (sugli schermi sette anni dopo il quarto capitolo e ben sedici dopo il terzo) assomiglia più all’episodio due di una nuova fase (in pieno regime disneiano) anziché al quinto livello narrativo di una saga dedicata a giocattoli che hanno paura di essere dimenticati. Un usato garantito, conosciuto e soprattutto amato dal pubblico, ma anche un’arma a doppio taglio contro la crisi (economica e creativa): una strategia impugnata dall’ex Bob Iger e confermata dal neo CEO Josh D’Amaro, nel frattempo fiero della significativa crescita dell’unità Entertainment (l’utile operativo è salito del 6% a 1.34 miliardi di dollari, spinta derivata in parte dai maggiori ricavi da abbonamenti e pubblicità dei servizi streaming, tra cui Disney+, e dai successi cinematografici di Zootropia 2 e Avatar: fuoco e cenere).

Eppure Toy Story 5 possiede tutti gli ingredienti per conquistare il pubblico e ampliare il sistema di significati del cinema Pixar. Scritto e diretto da uno dei fedelissimi dell’epoca d’oro, quell’Andrew Stanton divenuto marchio di qualità per la factory avendo già sceneggiato i precedenti quattro film con Woody e Buzz e diretto manifesti artistici come A Bug’s Life, Alla ricerca di Nemo o Wall-E, è un film molto simpatico, lucido nel racconto di sentimenti complessi e audace per quanto riguarda gli spunti artistici. Nella sua semplicità, l’intreccio pone lo spettatore di fronte allo schema classico dei precedenti titoli della saga: in questo caso è Jessie la protagonista del racconto principale, mentre Buzz e Woody entrano in scena come comprimari. A margine si inserisce un nuovo antagonista, Lillypad, un dispositivo digitale simile a un tablet che impegna Bonnie costantemente, spingendola a non giocare con i suoi amati giocattoli. Quello che sarebbe dovuto essere l’assist per costruire nuove relazioni con altre bambine si rivela invece una trappola tecnologica, inizialmente anche un po’ perfida. Così Jessie mette in campo tutta la sua cocciutaggine e si impegna ad aiutare Bonnie, finendo in un mare di guai ma scoprendo dettagli fondamentali della propria storia personale di giocattolo abbandonato.

L’epilogo mantiene l’inclinazione accomodante del compromesso in cui analogico e digitale si incontrano e dove tecnologia e arte sono chiamate a dialogare; tutto, però, si incanala chiaramente verso l’intenzione originaria di riflettere su memoria e identità. Infatti, non solo animazione 3D e 2D si mescolano con fluidità e ironia (sulla falsariga di grandi successi di altri marchi – DreamWorks su tutti), ma anche l’aggiornamento di alcuni personaggi o la loro inevitabile archiviazione dichiarano come Pixar (e non solo l’industria dell’animazione) sia in continua trasformazione, pur continuando a credere nel cinema. La lista è lunga: Woody torna con un principio di calvizie e qualche chilo in più da nascondere sotto la camicia, indossando soprattutto un poncho da cowboy vissuto; Buzz si deve confrontare con la versione tecnologica e volatile di se stesso; Forky, Gabby Gabby, Duke Caboom e Bo Peep, centrali nel capitolo precedente, sono solo comparse. Jessie invece è sempre Jessie e, più di tutti, incarna lo spirito Pixar; lo suggerisce apertamente il film di Stanton, abile a giostrarsi con questa tecnica mista, anticipando così quella che sarà in Gatto, prossimo film della factory, una tendenza consolidata.
Da un punto di vista filosofico, Toy Story 5 mette in scena il “poter-fare memoria” come dimensione fondamentale dell’essere umano (e del giocattolo). Da qui nasce l’idea della costruzione narrativa della propria identità, personale e collettiva, ma soprattutto della propria condizione storica (di Pixar e Disney). Stanton firma un progetto in cui si percepisce la consapevolezza della propria finitudine, ma proprio grazie al riconoscimento di questo limite, Pixar è chiamata, attraverso la continua interpretazione del proprio passato, a riscoprirne una riserva di senso inesauribile e necessaria alla costruzione di un futuro significativo. Il messaggio è chiaro: stiamo cambiando, ma non vogliamo scomparire.

Riflessione metadiscorsiva, qui meno autoreferenziale che in altri titoli, già abbozzata nel 2017 quando venne prodotto il cortometraggio Lou, dove si narra la storia di una creatura solitaria nata dagli oggetti smarriti appartenenti ad alcuni bambini di un asilo; un’opera che ha giustificato la successiva creazione di altri “reietti” come Forky (un giocattolo nato dalla spazzatura), la disillusa Gabby Gabby (bambola con un difetto di fabbrica), il dimenticato Duke Caboom (abbandonato dal suo padroncino perché incapace delle acrobazie prestanti osannate dalla pubblicità), la coppia di peluche costretta a sperare nella vittoria di qualche ragazzo al tiro a segno del Luna Park, o la stessa Bo Peep (abbandonata inizialmente e poi obbligata a fare uso di cerotti per non andare in mille pezzi). In Toy Story 5 è Jessie a uscire allo scoperto e a dover fare i conti con la propria identità: unirsi al nuovo team di perdenti, giocattoli ormai in disuso e condannati al dimenticatoio, è la leva utile per ricordarsi da dove proviene, senza smettere mai di credere nel valore del proprio compito di fedele compagna di avventure.


