Il cinema e le transizioni: a Pesaro 62 l’omaggio a Maurizio Nichetti

Il cinema con la produzione pubblicitaria. Il teatro con il cinema. Il cinema con la televisione e viceversa: avventurarsi nella produzione di Maurizio Nichetti significa confrontarsi con un talento versatile, che ha attraversato oltre cinquant’anni di carriera alternando varie esperienze con la leggerezza del pioniere e la lucidità poetica del veterano. Una filmografia tutto sommato limitata (solo 11 titoli dal 1979 di Ratataplan al 2024 di AmicheMai) può e deve essere perciò integrata e ricompresa nel novero di tutte le attività cui l’autore milanese si è generosamente prestato e in cui ha messo a frutto una formazione passata dalla mimica del corpo alla smaterializzazione dell’immagine negli ambiti della pubblicità e dell’animazione – che poi hanno costituito pure un’ossatura forte del suo cinema, basti pensare a Ladri di saponette o Volere volare. Proprio questo insieme ha perciò costituito il fulcro dell’Evento Speciale per il Cinema Italiano a lui dedicato quest’anno dalla 62. Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro e confluita nel volume Maurizio Nichetti: Il cinema e oltre, curato da Pedro Armocida e Gabriele Gimmelli (Marsilio Ed.) presentato in chiusura del festival. Punto di osservazione privilegiato è stata l’idea della transizione, che riflette il momento storico attuale in cui il passaggio dalla sala alle piattaforme, fino alla nuova incognita rappresentata dall’intelligenza artificiale, ben si sposa a una carriera iniziata proprio dall’evoluzione fra l’esperimento con cui si fondevano animazione e dal vero di Allegro non troppo e l’esordio con Ratataplan, entrambi mostrati nell’ultima giornata di festival.

 

Maurizio Nichetti a Pesaro 62 (foto Francesca Saccone)

 
Vale a dire fra uno degli esempi più radicali di comunione fra i linguaggi – lo slapstick del muto, la parodia disneyana e ovviamente la sperimentazione di vari stili d’animazione – e un esordio indipendente, nato come scommessa di allungare un precedente cortometraggio e diventato poi un fenomeno festivaliero e commerciale, ammirato persino dal mentore Jacques Tati e quasi del tutto privo di dialoghi. Sofisticazione e semplicità, insomma, per un corpus d’opera che da lì in poi ha sempre guardato avanti, pur avendo ben presente cosa c’è stato dietro. Nichetti ha rievocato quel momento con l’imbarazzo di chi ha fatto “tutte le cose con lo stesso entusiasmo, fossero un piccolo spot, un’operetta, un film o una lezione a scuola perché credo che il tempo è oro e il valore del lavoro che ci si dedica è lo stesso”. Il tempo è innanzitutto quello della formazione: “Ho fatto vent’anni nel ’68, mentre di giorno frequentavo architettura a Milano e la sera facevo la scuola di mimo. Probabilmente è stato questo bagaglio di esperienze diverse a fare la sostanza dei miei film. Le recensioni si soffermavano più che altro sulle gag (l’uomo che diventa un cartone animato, la donna che perde l’ombra…), ma in quelle invenzioni tipiche di un cinema non realistico si rifletteva la mia vita reale. Dopotutto fondamentali sono stati gli slogan come quello degli Indiani metropolitani: quando ho letto “Una risata vi seppellirà” ho capito che la rivoluzione potevo farla anch’io che ero un mimo al Piccolo Teatro di Milano!”

 

Ratataplan di Maurizio Nichetti

 
Ma il tempo è stato anche quello della trionfale accoglienza di Ratataplan a Venezia nel 1979, pure contrassegnato dall’idea della transizione: “Era l’anno in cui la Mostra riapriva dopo un decennio di sospensione, per cui tutto l’entusiasmo e le aspettative vanno incasellate in quell’atmosfera particolare” ed era anche “un momento di sconvolgimento generazionale per il cinema italiano, da poco era uscito Io sono un autarchico di Moretti ad esempio”. Lo scenario in questo senso era tanto fecondo quanto impervio: “Noi dovevamo lottare contro i grandi attori dell’epoca precedente, i Gassman, Manfredi, Tognazzi e Sordi, quindi il gotha della comicità, che lavoravano con registi come Risi o Monicelli, con gli autori come Pontecorvo e gli sceneggiatori come Age, Scarpelli, Benvenuti o De Bernardi. Nessuno di loro era disposto a concederci spazi, avevamo davanti questo muro. Moretti però non si è rassegnato, ha fatto il suo film in Super 8, è venuto a Milano a proiettarlo e così è esplosa la nostra generazione. Oggi gli attori come Favino sono tornati a lavorare con registi e sceneggiatori, noi abbiamo dovuto fare tutto da soli”.

 

Volere volare di Maurizio Nichetti

 
Curiosamente, nessuno però aveva notato che Ratataplan fosse di fatto un film muto: “Tranne la scena iniziale in inglese, che volutamente nessuno doveva capire, e la frase finale di Angela Finocchiaro (non a caso l’unica che parlava nel film), poi c’era un grammelot di lingue fatto apposta perché nessuno lo comprendesse e non c’erano sottotitoli. L’intenzione era dimostrare come le parole fossero un rumore, che poi è diventato anche il tema di Domani si balla: le parole ci stanno rovinando la vita, e ci entrano in casa dalla televisione. Era il 1982, decisamente un momento storico in cui la gente non era ancora consapevole di simili meccanismi”. Proprio sul punto infatti “molti pensano che i miei film abbiano dei finali lieti, ma per me quella conclusione era tragica!” La rievocazione ha toccato anche inedite traiettorie in grado di descrivere punti di contatto inattesi: come il fatto che Ratataplan lo volesse produrre in un primo momento Ermanno Olmi, “che quando ha visto i contadini del suo L’albero degli zoccoli nel mio film, con alcune battute in bergamasco che sembravano prenderlo in giro, mi ha tolto il saluto per dieci anni. Ma non c’era nessuna cattiva intenzione, anzi pensavo di fargli un omaggio e una sorpresa!” Anche il lungo intervallo trascorso fra gli ultimi due film è arrivato con una tempistica particolare, “ho smesso di girare nel momento in cui il cinema veniva aggredito dal digitale, dagli effetti speciali, da tutto quello che pure mi sarebbe dovuto piacere – ad esempio non mi sarebbe dispiaciuto affatto realizzare un film di supereroi!” e il ritorno dietro la macchina da presa è avvenuto quando “ho trovato l’idea che mi permetteva ancora una volta di ibridare i linguaggi (come in Ladri di saponette fra il cinema e la pubblicità). Quindi, stavolta, il cinema e le dinamiche dei social, il fatto che la notorietà ti arrivi da un reel di instagram di pochi secondi e non più dal cinema”. Un’altra transizione insomma.

 

Amiche Mai di Maurizio Nichetti