Sensibilità e maniere forti: ecco la Supergirl di Craig Gillespie secondo James Gunn

Sorprende che un film come Supergirl, l’ipotetica conferma del riavvio del nuovo corso del DC universe voluto e guidato da James Gunn, possa risultare così prevedibile e fiacco, quasi bloccato nelle sue potenzialità espressive e spettacolari. Non che la presentazione di Supergirl nel finale del divisivo Superman lasciasse indifferenti, anzi. Tutti gli elementi di un profilo sghembo e sovversivo si allineavano in pochi minuti lasciando spazio all’immaginazione, compresa la scelta dell’interprete protagonista Milly Alcock: ubriaca, spudorata e sboccata, Kara Zor-El appariva come il prototipo di una supereroina che guidava contromano, distante dall’imperativo categorico incarnato dal cugino pompato Clark/Superman, pronta a inanellare una svariata serie di casini. Se a questo si aggiunge la presenza di Krypto, fedele e coraggioso cane prodigio che sembra costantemente sotto l’effetto di eccitanti, insomma, il risultato avrebbe dovuto garantire una buona dose di sorprese, risate e rotture degli schemi. Invece il risultato ottenuto è di segno opposto e rispecchia copione e immaginario ampiamente sfruttati dall’epopea de I guardiani della galassia, per dirne uno, o da Mad Max: Fury Road per dirne un altro.

 

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Anziché stupire quindi, questa frantumazione dell’ortodossia cinecomics appare fin troppo calibrata tanto da ridurre, finanche azzerare, lo spazio di visione dello spettatore. Anziché sfaccettato e complesso, il personaggio di Supergirl si rivela piatto e univoco. Soltanto nella prima parte il film sembra riuscire a mantenere fede all’impegno preso offrendo alcune buone soluzioni goliardiche e alcune valide intuizioni cinematografiche, conservando un po’ di spirito libero, a suo modo moderno, tutto derivante dal fumetto originale da cui è tratto quel Supergirl: La donna del domani di Tom King e Bilquis Evely, uscito nel 2021, prodotto innovativo, sia in termini artistici visto che mescolava una certa sci-fi europea (da Jean-Claude Mézières a Moebius) a forme riconducibili all’Art nouveau, sia in termini di azione, capace com’era di guardare a più generi contemporaneamente, western compreso. Un’opera che, proprio come il film, si apriva come il più tradizionale dei sword & sorcery, con la protagonista ubriaca in una taverna, circondata da brutti ceffi e, ovviamente, pronta a scatenare una baraonda memorabile prima di ritrovarsi con un catino in mano a vomitare. Un fantasy al femminile, in sostanza, marchiato da indelebili tracce western riconducibili a Il Grinta (romanzo e film), qui ampiamente citato, con una spiccata polemica al patriarcato.

 

 
Insomma, il contrasto e la distanza dalle regole sono alla base dell’identità del personaggio di Kara Zor-El, a suo modo incline a risolvere i propri guai con la violenza e le maniere forti, ma tragicamente sofferente a causa di un passato indicibile. Per questo la scelta di Craig Gillespie alla guida di questo film appare una mossa più furba che giusta, come se sia stato scelto per far credere allo spettatore di intercettare le atmosfere o le profondità psicologiche delle sue due antieroine cinematografiche (Tonya e Crudelia), fuori dalle orbite della classicità. In un certo senso Kara Zor-El segue il solco di quei due personaggi perché disagiata, incompresa, segnata da un forte senso di inadeguatezza pur essendo dotata di enormi poteri. Eppure le premesse di sgonfiano presto e Supergirl di Craig Gillespie, alla lunga, si aggroviglia su se stesso, da una parte perché il lavoro di scrittura e sottrazione sullo stereotipo supereroistico fallisce in virtù di un inevitabile accumulo di elementi corrosivi, dall’altra perché l’introduzione di un comprimario d’eccezione come il cacciatore di taglie Lobo (Jason Momoa, già Aquaman, molto freak e poco divertente) o la presenza del super villain Krem delle colline gialle (Matthias Schoenaerts, molto noioso) distraggono e tolgono intensità all’intreccio, estremamente (e giustamente) semplice. Siamo in un popcorn movie che vorrebbe essere preso sul serio mentre riflette sulla fragilità dell’essere imperfetti: operazione ardita che muta in un lungo e lento avvicinarsi alla sua forma convenzionale.

 

 
Il paradosso sta tutto qui: Gillespie sembra sempre intenzionato a far emergere quel sottile strato di ambiguità che contorna il personaggio di Supergirl ma, si intuisce per ragioni commerciali, non riesce mai a portare a termine questa sostanziale drammatica conflittualità interiore che, al contrario, caratterizzava il personaggio nel fumetto originario. A proposito dell’identità della supereroina, ai tempi della pubblicazione del fumetto Tom King dichiarò: «Supergirl ha vissuto un evento traumatico che non potrà mai vendicare o risolvere, così volevo creare un contrasto perché lei dice a sé stessa: “Non posso farlo. Non posso uscire a uccidere qualcuno. Non posso vendicarmi di chi ha distrutto il mio pianeta”. Sono partito da questo punto con Ruthye (l’aliena resa orfana nel primo numero) e da lì ho costruito tutto». Non un’operazione da dimenticare ma nemmeno un progetto così ribelle come sembrava. Certamente, il primo reboot di Superman era parso più frizzante, scellerato e coraggioso. Ora è lecito porsi qualche interrogativo in più sulle sorti del DC universe (imminente l’uscita di Clayface, scritto da Mike Flanagan e diretto da James Watkins, incentrato sull’iconico antagonista di Batman, un horror a tutti gli effetti) evidentemente giunto davanti alla soglia del non-ritorno: la sperimentazione, l’autorialità e l’ibridazione di genere saranno strategie sufficienti per conquistare il pubblico?