Francesco Guccini, in memoria

Non sapeva leggere troppo bene le note, come confessava senza nascondersi, e sul versante della costruzione musicale non è mai stato particolarmente creativo, anche se si è senz’altro evoluto nel tempo. Eppure Francesco Guccini, scomparso giovedì a 86 anni, è stato un cantautore (o un cantastorie, se preferiamo) immenso, uno dei più grandi rappresentanti dell’eletta schiera che l’Italia abbia avuto. Il “più colto di tutti”, secondo Umberto Eco (che forse in questo modo sottovalutava un caro amico di Guccini quale Roberto Vecchioni), sebbene lui si schermisse. E se proprio doveva riconoscersi in una condizione, preferiva ripiegare sull’umile modestia dell’artigiano o del “baccelliere”. C’erano state esperienze da balera già a fine anni Cinquanta (con Hurricanes, Snakers e Gatti, più o meno lo stesso gruppo con nomi differenti, per cui compose le prime canzoni), ma nel mondo della musica Guccini sarebbe entrato più tardi, dalla porta principale eppure con malcelata riluttanza, inizialmente come autore per Caterina Caselli (Dio è morto, Incubo n.4, Per fare un uomo, Cima Vallona, Bagnata come un pulcino) e per band che all’epoca – era la seconda metà degli anni Sessanta – venivano catalogate come beat, ovvero l’Equipe 84 (Canzone del bambino nel vento, poi nota come Auschwitz; È dall’amore che nasce l’uomo, L’antisociale) e Nomadi (sempre Dio è morto, che divenne un loro cavallo di battaglia più di quanto non lo fu per Casco d’Oro; Noi non ci saremo). L’esordio da cantautore avvenne nel 1967, con l’album Folk Beat N.1 che, com’era solito ricordare Guccini medesimo, ebbe “un riscontro praticamente nullo”. Ma la carriera era avviata e avrebbe regalato a lui grandi soddisfazioni, a noi perle immortali.
I suoi testi più ispirati (ce ne sono tanti) hanno infatti dato vita a canzoni che non si dimenticano, e seppur nel suo caso le parole contino più della combinazione delle note, alla fine non si dimenticano nemmeno le melodie; anzi, si è portati ad emancipare quest’ultime da una posizione ancillare e considerarle componenti essenziali della sua potenza espressiva, nonostante la loro innegabile semplicità. Ulteriormente nobilitate dal vivo, in virtù di una capacità istrionica straordinaria e di una voce assolutamente singolare, a suo modo bella, con la dizione maestosamente imperfetta e burbera, certamente inconfondibile.

 

Guccini canta Per un amico, durante il concerto per Demetrio Stratos all’Arena Civica di Milano, il 14 giugno 1979

 
Personalmente, ho visto più concerti di Guccini che di ogni altro artista italiano o straniero (fatta eccezione per Francesco De Gregori e Roberto Vecchioni) e ho ben presenti quelli in finale di carriera, quando il Maestrone – sempre giovane sui manifesti che ne pubblicizzavano i live, sempre generoso in scena nonostante una forma fisica in evidente declino – scendeva dal palco stremato, sorretto dai collaboratori nel breve tragitto che lo separava dal camerino. Per questo ha smesso di fare spettacoli a un’età relativamente giovane (se pensiamo ai dinosauri in circolazione), da poco passati i 70, coerente con una traiettoria professionale condotta sempre nel rispetto del pubblico. Al quale non ha mai raccontato panzane, rapportandosi ad esso con schiettezza verace e correttezza estrema, coltivando il sentimento del dubbio, dialogandoci come se fosse di fronte a un uditorio di amici, dimostrandogli con l’esempio quanto contasse “vivere, amare, soffrire”.

 

Quattro album di Francesco Guccini da non perdere

 

 

FOLK BEAT N.1 (Emi, 1967)
Il primo dei diciotto dischi in studio incisi nel corso di 55 anni. Un esordio quasi a sorpresa, nel marzo del 1967, riprendendo parecchio di quanto già scritto per altri, ma anche per sé. Dieci tracce, tra cui spiccano: In morte di S.F (Canzone per un’amica), brano iconico con cui Guccini era solito aprire ogni suo concerto; La canzone del bambino nel vento (Auschwitz) e Noi non ci saremo. Le sonorità sono quelle del folk made in Usa, con un occhio di riguardo per la produzione dylaniana e un altro per la nascente canzone d’autore italiana.

 

 

RADICI (Emi, 1972)
Se nel lavoro precedente (L’isola non trovata, 1970) erano ancora evidenti i debiti nei confronti della musica e della cultura americana (con un paio di pezzi ispirati a Il giovane Holden di Salinger), qui Guccini sceglie la strada autarchica di un’originalità più intima. Non più menestrello (sulla scia di Dylan) e nemmeno chansonnier, bensì cantastorie, alle prese con sette canzoni in tutto, per complessivi 40 minuti e 39 secondi. Ma che canzoni: non ce n’è una sbagliata! Nell’ordine: Radici (dedicata a Pàvana, centro dell’appennino tosco-emiliano in cui è cresciuto), La locomotiva (che sarebbe divenuto il suo inno, nonché il sigillo in musica di ogni suo live), Piccola città (controverso omaggio alla “nemica strana” Modena, luogo natìo e mai troppo amato), Incontro, Canzone dei dodici mesi (la più poetica, con i suoi riferimenti a Cenne della Chitarra, Folgore di San Gimignano e Eliot, ma forse la meno ispirata di un lotto superbo), Canzone della bambina portoghese, Il vecchio e il bambino (distopia in forma di struggente fiaba). Capolavoro.

 

 

VIA PAOLO FABBRI 43 (Emi, 1976)
In copertina, il faccione barbuto di Guccini nel bel mezzo del cammino di sua vita certifica subito il richiamo autobiografico, confermato nel titolo, che svela l’indirizzo di casa a Bologna, città nella quale il cantautore si era trasferito una prima volta nel 1961, per studiarvi, e che da tempo era diventata la sua residenza.
È un album che entra perfino nella Top Ten degli album più venduti dell’anno, e che sul piano tematico e dei registri mostra una particolare varietà, nonostante sia composto da sei canzoni soltanto e sia di stringatissima durata (33 minuti). Se con Piccola storia ignobile Guccini intercetta sentimenti diffusi sulla questione dell’aborto, e con la title-track sfoggia un’ironia giocosa, con L’avvelenata regala alla musica italiana l’invettiva forse più potente e circostanziata di sempre: si suole citarla per il critico sbertucciato (Riccardo Bertoncelli, che poi si chiarì con l’autore), ma in questo modo si sottovaluta una gemma piena di sorprese e sostanza dall’inizio alla fine, vero manifesto di un artista che non le manda a dire e che nemmeno ha remore a fare anche autocritica, se serve.

 

 

STAGIONI (Emi, 2000)
Nove canzoni (con accenni di jazz e perfino un tango), tra cui tre con tematica appunto stagionale: manca l’estate, che evidentemente non lo ispirava più di tanto o, forse, non si addiceva a un disco profondamente malinconico, ma non cupo e mai arrendevole, per contro indomito, nonostante mostri le ferite e le cicatrici lasciate dal tempo. Inoltre illuminato da liriche di livello sublime, come quelle estratte dal cilindro per il brano che dà titolo al disco (tributo al Che Guevara), per le toccanti E un giorno e Addio. E, soprattutto, per Don Chisciotte, che sfiora la retorica ma gronda verità, sudore e sangue, e che – insieme al folgorante Cirano, vetta insuperata del non peraltro modesto D’amore, di morte e di altre sciocchezze, pubblicato nel 1996 – è il miglior testo ispirato da un personaggio letterario tra quelli cantati da Guccini.

 

Radiofreccia (1998) di Luciano Ligabue

 

Guccini e il cinema

Non certo ai livelli immensi del cantautore, ma nemmeno dello scrittore (assai prolifico dopo il ritiro dal palco) o del gaudente (con una passione accertata per il vino bianco, nonostante le leggende metropolitane insistessero sul rosso,in particolare sul lambrusco): eppure non è del tutto trascurabile il Guccini attore, presente a vario titolo in ben diciassette film, compresi quelli televisivi. Per il piccolo schermo debuttò calandosi nei panni antichi del bolognese Giulio Cesare Croce – fabbro e cantastorie del Cinquecento, autore di Bertoldo e Bertoldino – in Fantasia, ma non troppo, per violino (1976) di Gianfranco Mingozzi. Quindi fu sé stesso sul grande schermo ne I giorni cantati di Paolo Pietrangeli (al quale prestò pure un paio di pezzi, Eskimo e Canzone di notte n.2, per una colonna sonora condivisa con diversi altri musicisti italiani), come pure in due documentari dedicati al suo repertorio musicale, tutti del 1979. Dopo una modesta comparsata in Musica per vecchi animali, regia poco felice dello scrittore Stefano Benni a partire da un suo romanzo invero meraviglioso (vi interpretava il guardiano di un museo), Guccini rispose alla chiamata di Luciano Ligabue in versione cineasta, dando vita a una caratterizzazione memorabile: quella del barista Adolfo di Radiofreccia (1998), burbero e dalla battuta disarmante, ma al fondo affettuoso nei confronti dei suoi clienti più giovani e scapestrati, per cui occasionalmente fungeva anche da allenatore di calcio. Un personaggio che replicava secco a un cliente che gli chiedeva se teneva la birra, caldina, nel thermos: “No, gli do un colpo di fornello solo per te”; che arringava la squadra sottolineando: “Va bene nella vita fare figure di merda, ma noi stiamo raggiungendo l’impossibile…Non fatemi tirar dentro al Guinnes della vergogna!”; che si rifiutava di fare il caffè freddo shakerato al protagonista Accorsi, argomentando: “Secondo te, io, a cinquant’anni, mi metto a far le seghe al caffè?!?”. Se questo di Radiofreccia resta probabilmente il ruolo della vita per FG, vanno comunque segnalati i personaggi interpretati per Leonardo Pieraccioni nei primi anni Duemila, camei in cui si faceva apprezzare attraverso una mimica disarmante, valore aggiunto per pellicole tutt’altro che irresistibili: il preside rampognatore in Ti amo in tutte le lingue del mondo, lo sconsolato regista di musical (!) in Una moglie bellissima, il perplesso psicoterapeuta di Io e Marilyn. Negli ultimi anni, Guccini è comparso in ulteriori filmati legati alla sua produzione musicale (come La mia Thule, del 2013), senza trascurare l’impegno civile, affrontato con La linea gialla (fiction che guarda da una prospettiva laterale la strage di Bologna del 2 agosto 1980) e Son morto che ero bambino, che documenta un viaggio ad Auschwitz, riprendendo un verso fondamentale della sua creazione più triste.