I riflessi dorati nel capello biondo, le unghie di una mano dipinte di nero, un nome tinto di rosa me senza l’acca della nota collana di romanzi: Armony è un personaggio che dice di sé più di quello che poi racconta sullo schermo. Dà il titolo al nuovo film di Dario Albertini presentato in Piazza Grande a Locarno79 ed ha la presenza di Valerio Mastandrea, che produce con la sua Damocle (insieme a The Apartment), ma di lui sappiamo solo che ha 55 anni, non ha famiglia ed è appena giunto al termine della sua lunga strada da camionista. Mastandrea sfrutta tutto il suo understatement borgataro per delinearlo, ma ci aggiunge una nota crepuscolare che dà sfumature diverse, più miti e disarmate, alla sua abituale natura introflessa. Sarà che Albertini è uno che preferisce lasciar emergere i personaggi e le loro vite dal sentimento con cui li rappresenta: era questa la qualità peculiare del suo primo film, Manuel, ed è anche il timbro di Armony, tutto lavorato sui mezzi toni e sulla sottrazione, tanto che poi quando concede troppo spazio alla sceneggiatura e ai suoi evidenti stratagemmi, rischia di perdere l’orientamento.

Armony – il personaggio – non è comunque uno che smarrisce la strada: certo che per un camionista ritrovarsi senza più una tabella di marcia non è facile, ma non fa in tempo a interrogarsi su cosa farà del resto dei suoi giorni da pensionato, che alla sua porta bussa la sorella Iolanda: non si vedono da 25 anni, ma per una che ha lo spirito strampalato di Asia Argento, non è poi così strano. Ora vuole riallacciare i contatti e lo invita alla festa di compleanno di sua figlia, Carlotta: la torta, le candeline, un po’ di tempo insieme e il mattino dopo Iolanda e scomparsa. Armony si risveglia e trova la bambina che aspetta di essere portata a scuola, con un biglietto della madre, che gli chiede di prendersi cura di lei. Ed è l’inizio dell’avventura di quest’uomo che non si capisce bene da dove venga: ha un’amica trans di nome Pamela, anziana, saggia e dolcissima (è Pamela Schettino, traccia da Amore tossico), che lo aiuta un po’ a stare dietro a quella bambina dall’intelligenza tanto spiccata da essere un problema. Poi si aggiunge Jenny (Clara Tramontano), una giovane vicina incinta, che lo affianca nei momenti “da mamma”, dove Armony non è buono. A scuola intanto maestre e assistenti sociali si allarmano e, per il bene di Carlotta, complicano una vita che in realtà, nella sua semplicità, non va mica tanto male.

Armony, il film, staziona placidamente in questo frangente: Dario Albertini lo costruisce e lo racconta più come un sentimento che come una storia, lasciandolo agitarsi in acque placide, sull’orizzonte crepuscolare di una realtà bassa, senza grandi eventi, capace di smussare le punte drammaturgiche. Motivo in più per lamentarsi un po’ (non troppo, in verità…) di certe svirgolate di sceneggiatura che sembrano messe lì un po’ a forza, per far accadere qualcosa (l’avventura rischiosa dell’ultimo viaggio commissionato a Armony dal suo ex capo; il bulletto di quartiere che vive con Jenny…). Certe aperture d’orizzonte meritavano invece più accensioni (i giostrai, l’indovina interpretata da Ornella Muti, la stessa Iolanda più accennata e caratterizzata che raccontata) per non restare lì come accenni di varia umanità. Ma va detto che Albertini riesce a tenere la barra di un film che ha cuore e non lo dimentica. Valerio Mastandrea si prende il film, ma con la generosità che lo caratterizza non se ne impossessa mai, lasciando al suo personaggio la penombra e le mezze tinte necessarie a non sprecare la natura di un personaggio destinato a restare crepuscolare.


