
Già l’idea di costruire il film su una mobilità assoluta dell’immagine, modulata sull’irrefrenabile vitalità della protagonista, è un gesto interessante, perché dialoga in contrappunto con la fissità dello scatto fotografico, modulata sul rapporto tra la tensione dell’atto e la cattura del momento. La ragazza con la Leica, il film di Alina Marazzi che apre il concorso Orizzonti di Venezia83, è del resto un’opera che si muove tra lo spazio dello slancio e quello che trattiene, tra l’idealità che proietta uomini e donne nella Storia e la catastrofe che li seppellisce sotto le macerie degli eventi. Un discorso sui gradi di separazione tra l’assolutezza delle aspirazioni e l’ostruzione della realtà (storica, sociale) che Marazzi porta avanti da un po’, se pensiamo a Vogliamo anche le rose. Qui la prospettiva è complessa, perché si colloca nell’Europa degli anni ’30, culla degli autoritarismi, in transito tra la Germania nazista e la Spagna franchista, partendo dalla Parigi che cura le libertà, gli amori, le resistenze…

Il ritratto (ispirato all’omonimo romanzo di Helena Janeczek, edito da Guanda) è quello di Gerda Taro, fotografa, eroina, passionaria: donna della libertà, nata nella Germania preda del nazismo e fuggita a Parigi, con la famiglia ebrea polacca, per salvarsi dalla persecuzione. I suoi raggiunsero la Palestina (ma di loro e delle sue origini ebree, a dire il vero, il film non parla, con scelta francamente discutibile), lei rimase a Parigi e scelse di spendersi per la causa della resistenza spagnola assieme a un gruppo di amiche e amici con cui intratteneva una relazione intensa, fatta di passione, idealismo, comunismo, bisogno di salvare le cose. Fu qui che conobbe Endre Friedman, fotografo ungherese, comunista e militante antifascista come lei: fu lui ad avviarla alla fotografia utilizzando la Leica, che per le sue piccole dimensioni permetteva miracoli ai fotoreporter. Per vendere meglio i suoi servizi alle agenzie s’inventarono un nome fittizio, Robert Capa, e una identità da fotografo americano, che fecero colpo. E così, quella che in realtà si chiamava Gerta Pohorylle, assunse a sua volta il nome di Gerda Taro e divenne una fotografa amata e apprezzata, destinata a morire da martire civile sul fronte resistente spagnolo.

Alina Marazzi, che ha scritto il film assieme a Valia Santella (e la sua mano sensibile e determinata si sente), lascia proliferare il personaggio nella sua contagiosa vitalità, rispetto alla quale il film assume un atteggiamento simbiotico, sospinto in ondate anche umorali di fiducia e sconforto, tra il presente parigino vissuto con la comunità di amici amanti e con Robert Capa (ambientato alla vigilia dell’ultima, fatale partenza di Gerda per la Spagna combattente) e vari flashback tra la Germania nazista da cui fuggire e la Francia che la accoglie da profuga in miseria. Un flusso continuo che ruota attorno alla magnetica presenza della Gerda interpretata da Emilia Schüle, governato da una figura che vive la propria femminilità come condizione di libertà e determinazione, in continuo movimento tra passioni, ideali e slanci emotivi che la guidano e che contagiano chi le sta attorno. Alina Marazzi crea per il suo film una tessitura complessa, costruita su un dialogo continuo e profondo tra le immagini di repertorio e la finzione, in cui subentrano anche frammenti di celebri film del passato (appare L’Atalante, si rimanda a Kuhle Wampe, il film scritto da Brecht). Gioco inesausto, che prolifera in tutto il film assieme alla protagonista, assumendo quasi il controllo di una narrazione che appare puramente pulsionale, nettamente passionale e chiaramente parziale.

La Storia, che è il dramma in cui si incarna il destino di Gerda Taro e dei suoi compagni, diventa quasi uno scenario di fondo al quale il film guarda a distanza, nonostante il sedimentarsi di immagini d’epoca. Marazzi si affida al repertorio e crede nelle sue possibilità di dire la drammaticità storica vissuta dai personaggi, correndo il rischio di lasciar sfuggire motivazioni, tensioni, contraddizioni. Come accade, per l’appunto, con la questione delle origini ebree di Gerda, che in realtà deve ben essere stata alle origini del bisogno di combattere il fascismo di questa ragazza, morta a soli 26 anni combattendo i franchisti in un paese che non era il suo. Il rischio è di lasciare il personaggio a una visione puramente idealizzata, retta da una pulsione ideologica che non trova forma nella sua realtà e rischia di farle perdere umanità a vantaggio della dimensione iconica.


