Cannes79 – L’umanità dell’AI: Sheep in the Box di Kore-eda Hirokazu

Più che lo spielbergiano A.I. viene in mente L’alba del pianeta delle scimmie. Perché il robot Kakeru, al contrario, non desidera diventare umano, ma semplicemente vivere una vita autonoma e con i suoi simili, una vita adulta nella quale stabilire le proprie regole. Questo in estrema sintesi il nucleo del film di Kore-eda Hirokazu Sheep in the Box (in Concorso a Cannes79), storia di come Kensuke e Otone decidono di accogliere un robot modellato sulle sembianze del figlio morto per riposizionare la loro vita disorientata. Architetto lei, imprenditore edile lui, vivono in una bella casa dislocata su diversi piani e livelli, come scatole disposte ad incastro, con tanto spazio e linee verticali e orizzontali a definire l’ambiente del rifugio. Kakeru vi si inserisce con discrezione, adattandosi poco a poco e trasformando presto quegli scarti spaziali in possibili percorsi progettuali. Osserva, ripete e, alla fine sceglie. Le metafore attraversano tutto il film, semplice solo in apparenza, quasi fosse un laboratorio di ipotesi da mettere alla prova.  Ai plastici con cui Kensuke presenta ai clienti il progetto di una nuova casa in cima a una collina si contrappongono i modellini di alberi-casa creati da Kakeru, più intricati e stratificati, perché prima di sottrarre occorre aggiungere, accumulare esperienze e desideri.

 

 
In questo senso, la casa non è soltanto il contenitore del dolore, ma il luogo in cui quel dolore può essere riorganizzato, ridistribuito, persino rimesso in circolo. La presenza di Kakeru non ricompone la perdita in forma consolatoria, ma costringe i due adulti a rivedere funzioni e abitudini del loro vivere quotidiano. È dentro questa geometria che prende forma l’impianto narrativo di un film insolito per il regista di Un affare di famiglia. Si segue uno schema meno libero perché si procede su strade già percorse (Pinocchio, Spielberg, appunto), come a tornare indietro con lo sguardo per provare a vedere le cose per la prima volta. E così il mondo degli esseri umani si rivela ancora pieno di bellezza, anche se nessuno è più capace di accorgersene. Sarà necessario il punto di vista dei piccoli androidi “reietti” per scoprire di nuovo il legame con la natura. Kakeru tocca gli alberi, li “ascolta”, li sente capaci di trasmettergli sentimenti molto profondi, osserva il paesaggio, si insinua nel bosco attratto dalla saggezza magica di quel posto e impara a vivere davvero. Ecco il punto di un film splendidamente didattico. Un invito a guardare oltre, interrogare i dettagli e leggerli senza pregiudizi. Ed ecco che si apre un mondo di possibilità laddove non sembrava più esserci spazio. Ecco che un vuoto può essere colmato con un altro vuoto intriso di significato. Il titolo fa riferimento alla storia de Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry, in cui il narratore disegna una scatola per accontentare la vocina che gli chiede con insistenza di disegnarle una pecora. “Questa è la scatola – risponde il narratore – La pecora che vuoi è dentro.” Come nel racconto, anche qui ciò che conta non è l’oggetto visibile, ma lo spazio mentale ed emotivo e tutte le immaginifiche conseguenze.