Le crisi mediorientali, che da tre anni a questa parte hanno smesso di essere crisi ma veri e propri bubboni infetti di una umanità che poco o nulla ha più a che fare con il valore semantico della parola, hanno fatto spesso dimenticare il Libano. Una striscia di terra stretta tra Israele, il mare e la Siria, un Paese che in passato costituiva il luogo sicuro dove i ricchi trascorrevano le vacanze sfruttando la ricchezza accumulata. Oggi il Libano è tutt’altro e lo era già all’inizio degli anni ’20, quando la storia delle due sorelle Mora e Dalia prende avvio. Il Libano è economicamente al collasso, l’inflazione è galoppante e le banche sono sprovviste di contanti. Ma Mora e Dalia hanno bisogno di soldi perché una delle due ha una grave malattia e deve essere operata e per questo vogliono ritirare i loro risparmi. Il direttore nega il consenso provando a spiegare che non ci sono riserve. Le due sorelle non si danno per vinte e a seguito di una serie di combinazioni decidono di fare un colpo notturno e svaligiare il caveau della banca. Arruolano due improbabili complici ed eseguono il loro pericoloso piano. Il giovane regista libanese con il suo film nel concorso di Orizzonti di Venezia83, sembra mutuare il suo cinema da quello più mainstream che già conosciamo ed è così che Furies vive di una regia più che vivace, se non entusiasta, e di un montaggio serrato, di riprese raso terra e movimenti di macchina vorticosi che di certo non farebbero pensare ad un film mediorientale.

In più Kodeih, memore di questo passato con una minima operazione di rielaborazione, cita più o meno direttamente alcuni punti fermi del racconto letterario o per immagini che hanno popolato le giornate di lettori e/o di spettatori. È così che si ritroveranno le arie de I soliti ignoti e l’esuberanza incosciente di Thelma e Louise, alcune puntate verso la commedia nera e qualche eccesso di stilizzazione dei personaggi il cui aspetto confina con la macchietta (uno di questi è il direttore di banca che non scampa alla furia schernitrice del regista e della sceneggiatrice, moglie di Kodeih). Ciò detto e stabilito che poi in fondo queste assimilazioni non disturbano più di tanto, Furies va preso per quello che è, cioè un buon film di genere che in definitiva funziona nella sua ritmica di fondo. Non va trascurato che dietro la storia delle due giovani donne, storia tragica che assume i toni benevoli e bonari della commedia grazie a quella vivacità narrativa che fa dimenticare anche il peggiore dei mali, Furies ha anche l’ambizione, raggiunta per buona parte, di raccontare qualcos’altro del Libano oltre che la storia delle due germane in cerca di giustizia.

Dal racconto ne esce una Beirut sfatta economicamente, lacerata dal proprio passato e soprattutto dal ricordo della guerra civile che spaccò in due il Paese, una Beirut ancora in preda alle fazioni che si fronteggiano duramente e che occupano quasi militarmente intere porzioni della città. Per tutto questo Furies diventa, pur con il suo passo non del tutto certo, un film intelligente, che sa tenere sulla corda lo spettatore, che sa orchestrare con sapienza i materiali disponibili. Nessun terzomondismo nel film, nessuna forma compassionevole di adesione agli altrui problemi, ma una sorta di solidarietà segreta e sotterranea, pur negli animi incattiviti dei disperati, che si manifesta a volte con inattesa forza. Un cinema che forse serve più a chi lo ha realizzato che allo scaltro spettatore occidentale. Forse l’unica colpa è stata quella di non avere adottato uno sguardo proprio, uno sguardo – come si diceva un tempo – meridiano e avere preso a prestito quello altrui. Ma forse è anche un modo di parlare una lingua compresa da molti. È come quando si parla inglese per farsi capire dal maggior numero di persone e questo Kodeih ha provato a farlo con un certo coraggio, pensiamo, senza mala fede.


