
Opposti che si attraggono, ferite irriducibili, amori che esplodono nell’infinità delle possibilità, dolori che mutano e persistono alla ricerca di consolazione e appartenenza: essere visti, essere riconoscibili, essere rappresentabili. Uscire dagli sche(r)mi. È il cinema di Lee Chang-dong, dove a contare sono quelle distanze da suturare solo con uno sguardo disposto a prendere le misure sulla realtà; spazi da occupare e abitare, come volti e corpi da nominare, al netto dell’irriducibilità del limite. Un cinema fantasmatico e concreto, palpabile e misterioso, capace di fare male tanto è lucido sul piano morale, in grado di scuotere dall’indifferenza emotiva tanto è attento al pulviscolo che delinea gli affetti e gli effetti dello stare insieme. Unione e separazione, quindi, sono gli assi di un cinema umanissimo, come ricorda anche nel suo settimo lungometraggio, Possible Love, presentato in Concorso a Venezia 83 e sceneggiato affianco alla regista e sceneggiatrice Oh Jung-mi, che già aveva contribuito alla scrittura del precedente Burning – L’amore brucia, tratto dai racconti di Murakami.

Il film si apre con un’ouverture dal titolo Non desiderare la roba d’altri, in riferimento al Decalogo di Kieślowski cui la pellicola è dedicata. Lo spunto del racconto invece nasce da fatti realmente accaduti e questo pone lo spettatore di fronte alla stretta connessione tra memoria e presente, generando un dispositivo narrativo che si nutre della convergenza tra la prospettiva socio-politica e quella finzionale. Realizzata nel corso di più di dieci anni, l’opera del regista sudcoreano rimescola i fatti accaduti alla Ssangyong Motor, una piccola fabbrica di automobili, in particolare focalizzandosi sull’occupazione dello stabilimento di Pyeongtaek, conclusasi ad agosto 2009 dopo quasi ottanta giorni con conseguenze drastiche per i 976 operai coinvolti, impegnati a difendersi dal violento intervento della polizia e a lottare per non essere licenziati a causa delle spregiudicate scelte manageriali nei passaggi di proprietà. Sorprende la franchezza con cui Lee Chang-dong tratta la materia politica (che per lui, da ex ministro della cultura, è più che un semplice tema): un ingranaggio che mette in moto l’intera vicenda ma anche una leva funzionale a sollevare il film in una dimensione necessaria, stringente e di denuncia. Infatti, una delle prime sequenze in cui vediamo Ho-seok (Sol Kyung-gu) e Mi-ok (Jeon Do-yeon) si svolge proprio al funerale di un ex collega di lui, suicidatosi anche a causa del licenziamento subito. Possible Love è anzitutto un film sulla separazione tra giusto e ingiusto.

A tal proposito, il regista sudcoreano ha dichiarato: «Dopo il licenziamento di massa e la violenta repressione dello sciopero, ho sentito il bisogno di reagire. Ho esitato, chiedendomi se fosse giusto trasformare quegli eventi in un film di finzione. Per quanto il lavoro, il capitale e altre forze plasmino le nostre vite, credo che possiamo ancora aspirare alla libertà: un desiderio che, forse, è già una forma d’amore. Volevo fare un film su quel desiderio. E, più ancora, sull’amore che incontriamo nella vita e sull’amore che, alla fine, non possiamo fare a meno di dare». Ecco, allora, spiegato il motivo per cui questa storia d’amore segue una traiettoria così insolita. Sebbene Ho-seok e Mi-ok si conoscano da trent’anni, siano sposati da tempo e abbiano un figlio di dieci anni, stanno attraversando una crisi profonda, dovuta proprio alle conseguenze del licenziamento che ha coinvolto l’uomo. Se da una parte l’unione della coppia persiste, dall’altra l’individuo è rappresentato come separato dalla società, estromesso e abbandonato dalla comunità. Per queste ragioni Ho-seok è una delle tante figure invisibili del cinema di Lee Chang-dong, un “non-visto”, uno che non vuole vedersi e che accetta quindi di farsi vedere/riprendere da Ye-ji (Cho Yeo-jeong), una donna facoltosa interessata a girare un documentario sui licenziamenti avvenuti nella fabbrica in cui lavorava il marito Sang-woo. Due coppie, quattro mondi, otto occhi che si avvicinano nella lontananza.

A questo punto Possible Love orchestra un susseguirsi di intrecci di sguardi che amplificano ulteriormente la densità e la tensione dei rapporti di coppia e tra le coppie. Se Ho-seok diventa parte di un discorso che espande l’idea di lotta della classe operaia e, in un certo senso, di ribellione del povero di fronte alle ingiustizie della società (sulla scia di tanto recente cinema sudcoreano), Mi-ok si fa portatrice di quella possibilità d’amore a cui allude il titolo, illudendosi o forse semplicemente augurandosi che le distanze tra loro e gli altri possano ridursi. Mentre Ye-ji è intenta a realizzare il proprio documentario, violando di continuo il confine tra visibile e invisibile, registrabile e non registrabile, Sang-woo si proietta in un altrove di ricordi, suggestioni e affari da concludere per arroccarsi nella propria condizione regale diventando un tutt’uno con le proprie robe. Nel fitto dialogo tra interiorità ed esteriorità, la potenza del film di Lee Chang-dong sta tutta nella capacità di conduzione dello sguardo dello spettatore verso due situazioni contigue: la prima è il flashback durante il quale Ho-seok ricorda e racconta a Ye-ji i pestaggi subiti durante gli sgomberi, vertice di inaudita violenza e grido disperato di giustizia; la seconda vede Mi-ok e Sang-woo nudi in spiaggia e in mare a lottare, ad armi pari, non meno violentemente. Sono due attimi in cui corpo e voce definiscono l’entità dei rapporti e la conclusione di una storia che si trascina fin troppo a lungo. «Questa storia finisce qui», sancisce Mi-ok, ma forse non è così. E a ricordarlo è il beffardo e quanto mai liberatorio finale.



