Si torna a Okinawa per l’esordio nel lungometraggio di Xavier Tera, ex fotografo già attivo nel campo dei videoclip e degli spot pubblicitari e che una decina di anni fa si è trasferito in Giappone, scoprendo la peculiare storia dell’isola. The Color of the Sun, coprodotto anche dall’italiana MIA Film e presentato nel concorso Orizzonti di Venezia 83, è letteralmente racchiuso lì: Okinawa è infatti il mondo e al contempo il limite della vita di Kamei, adolescente inquieto che soffre la condizione vicino/lontana di chi abita quegli spazi a metà, mai restituiti all’indipendenza dopo la fine dell’occupazione americana, non accettati culturalmente da un Giappone che pure li domina e con la presenza di una forza militare statunitense che si sente letteralmente ogni giorno per le dimensioni della base e l’impatto violento dei soldati (i media contrappuntano il racconto, puntualizzando gli stupri e gli abusi commessi periodicamente dagli uomini in divisa). Eppure per Kamei la base militare è anche una prospettiva: lì è nato e cresciuto infatti Colin, un coetaneo con cui il ragazzo fa amicizia, ma che è prossimo al ritorno in patria, dando forma a quel desiderio di fuga che pure lui vorrebbe tanto assecondare. Già perché in mezzo c’è pure un padre che lo ha abbandonato, una madre con cui i rapporti sono tesi e una condizione sessuale sospesa, scissa fra l’attrazione molto forte per Colin e gli incontri fugaci con Sayaka, la ragazza che ora gli si offre, ora gli si nega e con cui lui non riesce a consumare un rapporto completo. Tutto in Kamei è insomma ritratto di una condizione a metà, come questi spazi che Tera descrive in larga parte di notte, quando i contorni si fanno meno nitidi e i personaggi sembrano muoversi letteralmente fra le ombre, in un’atmosfera che non è né realtà né sogno, ma una sorta di enorme e indeterminato limbo.

Anche per questo gli elementi architettonici arrivano a invadere l’inquadratura come a formare sempre delle gabbie che stanno addosso ai personaggi. Dalle ombre si passa così a una geometricità diffusa, riassunta nel ponte da cui i ragazzi si tuffano nel fiume per provare un raro brivido di vita, in un’esistenza generalmente vissuta con apatia. Strade, ponti, viadotti, pali della luce, raggi delle ringhiere… tutto entra in un quadro (in formato 4:3) stretto attorno a loro e che si riflette nel corpo ossuto, quasi denutrito di un Kaima – l’ottimo Naoto Shimajiri – che sembra aver introiettato nella carne il proprio disagio.
L’empatia garantita dallo sguardo di Tera è peraltro parte di una correlazione con il vissuto di Okinawa che il regista ha saputo facilmente comprendere, essendo egli del Quebec, altra regione che pure sconta una Storia di colonialismo e senso di appartenenza che si lega a doppio filo con l’estraneità. In questo senso, The Color of the Sun ha la capacità preziosa di disperdersi nei luoghi più concreti (come la base-entità di cui non afferriamo mai i confini) e ritrovarsi negli scorci apparentemente non determinati: il ponte, già citato, ma anche la spiaggia che ricorre più volte nella storia, dove Kaima si dirige, si aggira, fugge e da cui osserva il mondo “di fuori”: la Barriera Corallina, Taiwan (tutti citati nei dialoghi), altre storie e prospettive da cui forse sarà per lui possibile ricominciare. In questo senso, la palette cromatica svolge anche un lavoro importante, enfatizzando spazi, scene, corpi, tutti al servizio di una tensione emotiva che si fa racconto intimo eppure storico.



