Venezia83 – Il tempo e la solitudine: Company, di Casey Affleck

Da sempre per il Casey Affleck regista, tutto è una questione di tempo: l’anno della fittizia carriera hip pop di Joaquin Phoenix in Io sono qui o l’era post-apocalittica di Light of My Life trascolorano stavolta nelle varie epoche attraversate dai personaggi di Company con le loro storie. A raccontarle è ogni volta un personaggio misterioso, che trasporta così gli spettatori via via sempre più indietro nel tempo, dalla seconda metà del Novecento dell’incipit fino a un Vecchio West innevato – ma si va anche più indietro in ulteriori brevi flashback. Il meccanismo è a scatole cinesi, dove ogni storia ne genera naturalmente un’altra, dando forma a un piacere del narrare che resterà costante per tutta la durata dell’opera. Sono quindi vicende che partono da figure arrivate non si sa bene da dove, che si stabiliscono in un luogo dove si confrontano con gli abitanti, ora per raccontare, ora per formare con loro un legame. Nel principale dei racconti, quello a cui tutti si riconducono e da cui a loro volta discendono, un ragazzo viene ritrovato nella neve e ospitato da una coppia. Lui, Caleb, è indocile, cova dentro di sé un rancore antico ma dalle coordinate non meglio definite, un male legato a doppio filo a una solitudine vissuta come dimensione dell’essere. Gli si oppongono due persone che invece i loro dolori hanno imparato a lasciarseli alle spalle, con pazienza, lavoro, e l’impegno a lenire le reciproche ferite, formando un nucleo discreto ma solido: una prospettiva differente su un sentire comune.

 

 
Affleck scivola senza soluzioni di continuità fra le varie storie/epoche, come a formare un flusso in cui figure differenti rispondono degli stessi stimoli e umori. Nel farlo recupera attori meno considerati o un po’ dimenticati, come Scoot McNairy o il grande Nick Nolte, senza dimenticare il sempre versatile Ben Mendelsohn, mentre la parte principale di Caleb è tutta per suo figlio Atticus Affleck (che fa poi il doppio con l’apparizione del fratello Indiana). Non è un capriccio estemporaneo: la scelta familiare è infatti inestricabile dall’opera stessa, che l’autore ha realizzato a partire dalla recente scomparsa dei genitori, investendo tanto del suo vissuto e della sua mano – dirige, co-sceneggia, produce e ha partecipato attivamente anche alla fotografia e al montaggio. Proprio questo aspetto permette di tarare il racconto su un tono crepuscolare e avvolgente, che lentamente immerge lo spettatore in uno stato di trance, grazie a una focalizzazione su atmosfere in grado di reggere gli sbalzi fra il thriller, il dramma, il western e infine l’horror, in una ricetta che tiene insieme il tutto in modo coerente. Il carattere della regia sopravanza in questo modo una struttura che nel terzo atto si affida con un po’ troppa meccanicità alla voglia di sorprendere con dei colpi di scena, smorzando parte della tensione accumulata fino a quel momento. Il senso della solitudine, la forza della narrazione in quanto meccanismo in grado di elaborarne le ferite, il conflitto fra la resilienza e la natura distruttiva della vendetta – tipico del western, ma quanto mai attuale nel nostro momento storico – rimangono comunque elementi preziosi di un’opera interessante. Presentato in Concorso alla 83ma Mostra di Venezia.