Venezia83 – La solitudine dei persi, a Orizzonti La maison du vent di Auguste Bernard Kouemo Yanghu

Un film sulla solitudine, ma in senso ampio, che riguarda tanti soggetti, tante umanità spezzate. Un film sulla separazione che porta alla solitudine, al cavarsela, al pensare, al vivere da soli. Una in particolare di queste è la figura di Josette, ottant’anni, abitante a Yaoundé, in Camerun, donna guardata con profondo rispetto e affetto dal regista Auguste Bernard Kouemo Yanghu. Nel film, come nella vita, Josette è la madre del regista e La maison du vent presentato in Orizzonti a Venezia 83, nasce proprio dalle pagine della sua storia. Come nella realtà, la Josette della sceneggiatura è quindi madre di sei figli, tutti emigrati in Occidente a cercare istruzione, lavoro, soldi, successo personale, una vita spesa altrove, soprattutto in Europa. Josette ora vive da sola nella grande casa di famiglia, immersa nei ricordi, tra le pareti che raccontano un passato indelebile, avvolta dalle fotografie che fissano il tempo e non lasciano spazio ai rimpianti.  Camminare per i luoghi della casa vuota per Josette significa dare respiro alla possibilità di ricalpestare frammenti del proprio vissuto di madre, custode non solo di uno spazio affettivo ma anche coltivatrice della memoria di tutta la famiglia, manifestando quella fiducia che permette di credere nel futuro e nel bene dei propri figli, motivata dalla speranza che un giorno loro possano tornare al nido, a dormire nelle proprie camere, a riprendersi il proprio posto.

 

 
Il film di Yanghu allora porta in scena questa solitudine, con grande sobrietà e concretezza, alludendo in alcuni passaggi a un lirismo mai sfacciato, soprattutto considerando la figura della madre come paradigmatica per affrontare una questione universale: la solitudine di una madre che rappresenta quella di tutte le madri, chiamate a mettere al mondo i figli, ad amarli e a renderli liberi. Donna vispa, energica, intraprendente e competente, Josette durante le videochiamate con i figli si muove abile senza nascondere la verità: internet è uno strumento che dovrebbe avvicinare ma sembra tenere lontani. Si intercettano frammenti di dialoghi, parole di sincerità, gelosie e consigli che traducono la fatica della separazione, si ascoltano trasmissioni televisive in cui si ripete che è giusto tornare in Africa, tornare a casa.

 

 
E il vento soffia, entra dalla finestra, muove le tende. Lei vorrebbe che loro costruissero delle case in Camerun, nel tentativo di riportarli un giorno vicino a sé ma le cose non vanno secondo le sue aspettative e, nel frattempo, mentre i figli confermano a più riprese di volere mantenere la propria autonomia, Josette instaura un legame inatteso con Sarah, una giovane donna del quartiere, che le chiede ospitalità. A questo punto La maison du vent (e quindi Josette) cambia direzione e, attraverso la presenza della giovane ragazza, inizialmente fondata su un semplice opportunismo ma poi, successivamente modellata su qualcosa di più sincero e autentico, mette in discussione tutto ciò attorno a cui ha costruito la sua esistenza: la famiglia, le responsabilità e le speranze che ancora la animano. Yanghu cerca e ottiene un delicato equilibrio tra riflessione personale e sguardo politico-sociale che porta il film in una dimensione rinnovata: fare i conti con la memoria, con il ritorno e le proprie radici comporta il rischio della perdita, dell’abbandono definitivo, del vuoto irreversibile. Attraversare il tempo e immergersi nell’intensità dei legami, conservare il passato e costruire il nuovo. Il vento di quella casa, è Josette.