Venezia83 – I fantasmi della memoria, in Concorso Woman Unknown di May el-Toukhy

Con Dronningen nel 2019, suo secondo lungometraggio di finzione, May el-Toukhy (padre egiziano, madre danese) riscosse consenso e attenzione tanto da conquistare non solo premi significativi in patria, come il Robert e il Bodil, ma pure la candidatura agli Oscar per la Danimarca come miglior film internazionale. A dimostrazione della rilevanza di quel progetto, nel 2023 è poi arrivato il remake firmato da Catherine Breillat, Ancora un’estate, film incentrato su corpo, sesso, sessualità e rapporti intergenerazionali, nel rispetto delle suggestioni tipiche del primo cinema dell’autrice francese. Le medesime istanze analitiche – legate alle dinamiche di manipolazione, all’inganno identitario e alla centralità fenomenologica della corporeità – convergono in Woman Unknown, presentato in Concorso a Venezia 83 e sceneggiato al fianco di Maren Louise Käehne. Si tratta di un’opera dalle atmosfere cupe, intrisa di ambiguità e tinte fosche, realizzata prevalentemente in spazi interni dove si impongono tonalità grigie e fredde, austerità razionale, senso opprimente e alienante. Una vicenda costruita a partire dal dialogo tra ambienti domestici e spazio pubblico, tra percezione di sé e sguardo degli altri su di sé, che guida lo spettatore nelle profondità di una memoria custode di una straordinaria gravità tenuta a lungo sommersa negli abissi della coscienza e che riaffiora lentamente come nel più classico degli intrighi esistenziali.

 

 
La crisi d’identità della protagonista trova così una precisa traduzione visiva in un raffinato e inquietante dispositivo di specchi e riflessi che frammenta e scompone l’interiorità di Marie, interpretata con rigorosa adesione mimetica da Mathilde Arcel. La vicenda è ambientata nell’immediato dopoguerra: un periodo di entusiasmo per l’Europa, ma anche un tempo caotico segnato dall’assenza di un reale quadro giuridico capace di affrontare le conseguenze del conflitto appena concluso. Marie sta per sposare Christian, il ricco vedovo per cui lavora come domestica e bambinaia. Se da una parte il suo ruolo di futura moglie le impone una certa pulizia esteriore, fondata sull’ordine e la precisione per garantire la stabilità dell’imminente matrimonio (e della casa), dall’altra i suoi oscuri segreti la conducono di fronte a una inevitabile resa dei conti con il proprio passato. Non casualmente, quindi, il film si apre con le immagini di una tinozza bianca e di un panno con il quale Marie si lava di prima mattina e, non a caso, è proprio intorno alla reiterata dialettica pulito/sporco che ruota l’intero film. Per lei, il matrimonio significa diventare la signora della casa, riaffermarsi come donna. Ma quel segreto potrebbe mandare il proprio desiderio di rivalsa in frantumi, e Marie è disposta a tutto pur di difendere la vita che si è conquistata. Mentre sotto il profilo formale il film si serve di una palette cromatica espressionista – in cui il contrasto tra il bianco e il rosso dialoga tanto con l’araldica danese quanto con i sinistri echi dell’iconografia nazista -, sul piano teorico l’opera interpella le urgenze della contemporaneità.

 

 
Come evidenziato dalla stessa el-Toukhy, l’operazione mira a restituire una soggettività storica a figure femminili sistematicamente espunte dalle grandi narrazioni collettive. Il corpo femminile viene indagato quale autentico campo di battaglia biopolitico attraverso la categoria storica delle cosiddette “collaboratrici orizzontali” che, alla Liberazione, divennero il capro espiatorio di un patriottismo risorgente e ipocrita: «il comportamento sessuale di quelle donne veniva considerato un’offesa all’identità nazionale. Per questo, individui e gruppi della società si sentirono autorizzati a punirle, giudicandole per le relazioni che avevano avuto. Furono perseguitate, umiliate pubblicamente e condannate a uno stigma destinato a segnarle per tutta la vita. Le donne hanno spesso pagato il prezzo della guerra con il proprio corpo: attraverso il controllo, la punizione e la violenza sessuale. Purtroppo, non si tratta di un fenomeno relegato al passato. Kvinde Ukendt indaga questi meccanismi e invita a riflettere su come il corpo e il desiderio femminili vengano percepiti e giudicati, non solo in tempo di guerra».
Fotografando il limite su cui si colloca, tanto la figura di Marie quanto lo stesso film, Woman Unknown diventa così un’opera dedicata alla vulnerabilità e alla responsabilità dell’essere donna. Un film interessato a interrogarsi sul senso dell’immagine della donna nella società di ogni tempo intrappolata all’interno di un regime scopico estraneo, che indaga con asciutta sensibilità e intelligenza le derive identitarie generate dagli abusi di potere che quella stessa immagine porta con sé, incastrata e costretta da uno sguardo altro, violento e opportunista, che ne determina, arbitrariamente, il giudizio morale e il suo posto nel mondo.