Venezia83 – La libertà della forma nel documentario Twist & Shoot Mister Suzuki, di Yves Montmayeur

Per una volta non si parte dai titoli più noti, come Tokyo Drifter o La farfalla sul mirino, che godono di uno spazio tutto loro solo alla fine: già in questa scelta si riconosce il tocco non convenzionale di Yves Montmayeur, documentarista di cinema e habitué festivaliero (ricordiamo almeno il suo Sangre del Toro), che alla Mostra di Venezia 83 ha portato, fuori concorso nella sezione Venice Open, questo nuovo Twist & Shoot Mister Suzuki. È una scelta che probabilmente sarebbe piaciuta anche a lui, Seijun Suzuki, oggetto dell’analisi e noto “sabotatore” dei meccanismi narrativi consolidati: non da indipendente, si badi, ma da interno rispetto al rigido meccanismo della divisione in generi dell’industria cinematografica nipponica degli anni Sessanta – e questa è sicuramente una delle qualità più sorprendenti della sua storia. Relegato per anni al ruolo del director di serie B alla Nikkatsu, Suzuki ha lì realizzato non solo i film per cui è più noto anche in Occidente sin dagli anni Novanta, ma ha dato forma a un’estetica e una poetica che il film si premura di mettere in fila, allargando il raggio dell’analisi a varie forme espressive. Il cinema ovviamente, con i casi macroscopici del Quentin Tarantino di Kill Bill, del Jim Jarmusch di Ghost Dog e persino dei crime di John Woo. Ma anche i manga come Wet Moon di Atsushi Kaneko, i romanzi di David Peace con la sua trilogia di Tokyo, le fotografie (e i film) di Mika Ninagawa e via citando. Sono loro a parlare principalmente durante il film, insieme al divo Jo Shishido, allo scenografo Takeo Kimura e a Suzuki himself, che Montmayeur aveva avuto occasione di intervistare all’inizio del millennio.

 

 
Anche questo è un aspetto che al regista nipponico sarebbe piaciuto sicuramente: il film fa infatti di necessità virtù, l’autore ha girato le interviste a Tokyo in soli dieci giorni e per il resto ha dovuto far ricorso al suo corposo archivio, in una sintesi del fare molto con poco che riflette il metodo dell’autore omaggiato. Al di là delle semplici avventure della lavorazione, però, è importante come il percorso evidenzi una serie di direttrici poco considerate: come il lavoro di trasfigurazione visiva che permetteva alle storie di assumere una qualità impressionista, decostruendo la linearità narrativa in favore dell’esaltazione dei caratteri e dei loro stati d’animo. In questo senso è anche fondamentale la modernità di un approccio che non si focalizzava sulle sole figure maschili, ma offriva invece vibranti ritratti femminili, come quelli interpretati da Yumiko Nogawa nella “trilogia della carne” formata da Le professioniste (del 1964), Storia di una prostituta (1965) e Carmen from Kawachi (1966). Tre storie che sono anche affreschi di un Giappone raccontato dal punto di vista degli ultimi, dove il corpo della donna diventa cartina di tornasole della ricostruzione postbellica e degli equilibri da rifondare. Più che un artista pop o un mero sabotatore irriverente, Suzuki si ritaglia così uno spazio come avanguardista che ha saputo trainare le forme del cinema verso una complessità umana in grado di esaltare la forza dei personaggi e la creatività dell’ingegno d’artista. Lo ha fatto con ironia, pochi mezzi, grande senso del ritmo e all’interno di una carriera che ha saputo spingersi oltre: anche se resta solo accennata, infatti, non manca una precisazione pure su ciò che Suzuki ha fatto oltre lo schermo, dove è stato poeta e scrittore – e, non va dimenticato, anche regista d’animazione per serie come Lupin III.