
Sarebbe riduttivo considerare Oasi, primo lungometraggio di finzione del tedesco Jannis Lenz, presentato nella sezione Orizzonti a Venezia 83, alla stregua di un mero oggetto cinematografico a tesi, vincolato a istanze programmatiche o intenzionato ad affrontare in modo puramente contenutistico i nodi dell’adolescenza, del bullismo, della violenza e della marginalità sociale. Si sprecherebbe l’occasione preziosa di stare su quelle immagini di cui si nutre e sull’idea che lo rende possibile, perché l’intera architettura filmica gravita attorno alle immagini e allo statuto dello sguardo – tanto dentro alla vicenda quanto fuori, a livello spettatoriale – che su di esse si esercita. L’intreccio narrativo è lineare: quando il video virale di uno studente che minaccia i suoi compagni di classe viene diffuso online, la scuola precipita in una spirale di violenza che porta insegnanti e genitori a correre ai ripari, creando una bolla opprimente e di controllo. Schiacciati da questa pressione sociale, tre emarginati – Andi (Anton Petzold), Lukas (Florian Geißelmann) e Maya (Mathilda Smidt) – infittiscono il proprio legame generando una fedele alleanza e rifugiandosi in una foresta vicina. Lì il gioco si trasforma in rituale e il dolore diventa una via di fuga, finché vecchie ferite non riemergono e i confini tra loro vengono ridefiniti.

È un film dall’impianto narrativo piuttosto leggibile e, chiaramente, l’eco di certe operazioni europee suona forte (si pensi al recente La sala professori o al più lontano L’onda), ma anche di indimenticabili affondi d’autore oltreoceano come Elephant e Paranoid Park di Gus Van Sant, la cui struttura e composizione formale, però, convoca una certa disponibilità di sguardo differente. Se il film da una parte mette in scena le tradizionali istanze difensive della comunità adulta e dei coetanei, basate sul giudizio, la repressione e il controllo – mantenendo una sostanziale aderenza con la tradizione –, dall’altra esprime con sorprendente originalità quelle tensioni che alimentano il rapporto tra i tre amici, ma che definiscono anche la condizione esistenziale dei protagonisti, soggetti smarriti alla ricerca della propria immagine. La questione più urgente sollevata dal film investe lo statuto ontologico delle immagini, la loro ermeneutica, la loro proliferazione mediatica e la manipolazione strumentale che le strutture di potere perpetrano sistematicamente a scapito di soggetti vulnerabili. L’indagine filmica si configura, pertanto, come una genealogia del potere e dei suoi abusi: quale etica governa l’atto del guardare? Quale semantica si cela dietro l’istanza visiva? Il film di Lenz mette in gioco una fine strategia per esaltare la volontà dei tre amici di definire la propria immagine, a cominciare dal rapporto con il proprio corpo e con la percezione visiva di esso.

Come si vedono tra di loro? Cosa vedono dell’altro? Chi li vede? È un concetto espresso dallo stesso regista: «Viviamo in un’epoca che osserva costantemente i giovani, eppure raramente li vede veramente. Molto prima che possano definirlo, imparano cosa ci si aspetta da loro: cosa mostrare e cosa nascondere. Oasi è un film sul bisogno radicale di sentirsi al di là di queste etichette e su ciò che emerge nei rari momenti in cui nessuno guarda: tenerezza, crudeltà e la sensazione più vicina a essere visti veramente». In questo autentico percorso di riconoscimento e riscrittura della propria immagine e della propria corporeità, il film individua un luogo – appunto l’oasi da cui trae spunto il titolo – capace di accogliere non solo un tempo di condivisione e scoperta, ma pure uno spazio di libertà; uno spazio liminale in cui i segni della carne come lividi, morsi, cicatrici, divengono la traccia visibile di una metamorfosi che accetta il confronto con la dimensione del dolore per approdare a un’autenticità.


