
Miguel Moreno (Javier Bardem) è un famoso architetto, sua moglie Sofia (Penélope Cruz) lavora con mansioni di responsabilità presso una casa editrice. Sono spagnoli, ma vivono a Londra in un magnifico appartamento dove fa da padrone il gatto Blue e in questo ambiente protetto crescono le due figlie della coppia. Ma due fatti turbano la loro tranquillità. Uno dovrebbe costituire una gioia anche economica, poiché un ricchissimo uomo d’affari americano (Paul Dano) propone a Miguel la realizzazione di un bunker antiatomico da costruire nelle Hawaii. Il compenso sarà cospicuo e anche la fama che ne deriverà sarà notevole. Affascinato dall’idea, Miguel riflette sull’opportunità, nonostante l’evidente contrarietà della moglie che non accetta l’idea faraonica di costruire un rifugio per difendersi da un cataclisma nucleare che ridurrebbe la Terra a qualcosa di invivibile. L’altro evento che turba la pacifica esistenza della famiglia è che il vicino ha aperto abusivamente una finestra sul muro di confine tra le due proprietà e oltre alla luce che guadagna potrà anche violare la privacy della coppia e dei figli. Intanto Blue non si trova più e Sofia è alle prese con l’arrivo di un giovane e affascinante scrittore americano. La lunga relazione tra Miguel e Sofia scricchiola sotto lo svolgersi di questi eventi e altri guai si prospettano per la famiglia.

Bunker è, come si dice, un film solido, piantato bene nella sua scrittura preliminare e affidato a due attori esperti che anche in ragione della loro relazione nella vita vera, restano più che adatti per i ruoli che vestono. Bunker è anche un film che sa riflettere sui nostri tempi facendolo in modo trasversale, attraversando cioè quelle paure collettive che diventano affari per molti – lo è già la guerra – e dall’altra parte affronta con sapienza la diffusa diffidenza per l’altro, la paura di molti di essere insidiati nella propria vita, lavorando su quel clima di sospetto che avvolge le nostre vite e ci obbliga a difenderci in via preliminare a prescindere dall’accadere degli eventi. Il film di Zeller sa toccare corde sensibili del nostro quotidiano, quella parte della nostra coscienza dove le regole dell’etica del lavoro vanno in frantumi davanti alla possibilità di una affermazione personale. Bunker dunque si muove in quello spazio del nostro agire che tiene poco conto della conseguenza delle nostre azioni, del reale valore delle nostre decisioni. Che senso ha, dice Sofia che si nutre di cultura umanistica, costruire un bunker se la Terra non esiste più e che senso avrebbe il guadano economico e a proposito del vicino di casa che si intrometterebbe nella loro vita, dice ancora al marito: tu devi aprire finestre, non scavare buchi. È dunque un racconto morale che scandaglia la nostra coscienza, che indaga quasi come una radiografia olistica il nostro pensiero e i nostri comportamenti. Il film, secondo le dichiarazioni dello stesso regista e sceneggiatore, nasce dall’avere letto tempo addietro di un uomo d’affari che dopo avere creato le proprie fortune nel campo dell’elettronica per connettere le persone tra di loro aveva deciso di costruire un rifugio antiatomico e da lì la contraddizione che dopo avere lavorato sulla comunicazione, ora invece ricercava l’isolamento. Sono dunque le fratture progressive dei sistemi di comunicazione tra le persone a produrre i guasti che vediamo prodursi nel film e ci rendiamo conto di quanto sia trasversale questo effetto di una modernità che diviene sospetta nel suo svolgersi e che ci porta, anche all’interno del nucleo familiare, a diventare sempre più soli, sempre meno parte di una unità che diventa vuoto luogo comune. Un film dunque che esplora quella parte non visibile della nostra vita personale e che non esclude da questa riflessione, che coinvolge anche le frustrazioni personali come quelle di Sofia sul lavoro, un ragionamento sull’ambiente dentro il quale si vive e la bella e protettiva casa della coppia diventa a sua volta un fortino e una trappola in una simbiosi che costituisce ipotesi frequente nel nostro quotidiano.

Se è vero che Bunker è tutto questo e il film sa restituire quel clima di precarietà dell’esistenza, dell’effetto di quelle sottili questioni etiche che scompaiono davanti alla prospettiva di una consistente remunerazione, di quanto davvero poca roba sia la decantata unità familiare alla luce di quella che abbiamo definito come modernità sospetta, che ci chiude sempre più progressivamente dentro i nostri mondi fatti di chat private e relazioni immaginarie, è anche vero che il film di Zeller non è esente da una certa prevedibilità di fondo che emerge di sequenza in sequenza senza mai offrire l’opportunità dello scossone benefico, di quello shock narrativo che rompa questa predeterminazione. Tutto nella storia di Miguel e Sofia si svolge dentro le procedure della dimostrazione di un teorema già scritto e da qui il didascalismo di cui risente l’esito. Si dirà che il trauma benefico arriverà nel finale, ma probabilmente un po’ troppo tardi e peraltro in realtà anche questo atteso, come un colpo di scena in un giallo. Tutto con il risultato che anche la sequenza finale diventa conferma di questa prevedibilità che era già annunciata, laddove – senza troppo svelare – la composizione dell’ultima immagine prima del nero è largamente annunciata per ogni spettatore avvertito e attento e questo costituisce, probabilmente, la sintesi di un film che fonda la sua essenza sulla “sicurezza” del già detto.


