The Social: Il prezzo della verità rientra in diverse classi di appartenenza, pur inserendosi nel riconoscibile filone di cinema civile in voga nella Hollywood più progressista almeno dagli anni Settanta. È evidentemente un film inchiesta su Facebook, in perfetta contiguità (ma non in continuità) con The Social Network di Fincher, sceneggiato dallo stesso Sorkin. È un film che si interroga sull’etica della verità e su quale sia il limite di una libertà che abbatte i suoi gradi successivi, convinta di conquistare una sorta di trasparenza assoluta mentre miete vittime sul suo falsamente idealistico incedere. È però anche una riflessione sul cinismo del potere e del nuovo Capitale, incurante come il precedente, ma ancora più letale perché applicato su scala globale. E per questo motivo diventa uno specchio fedele del nostro tempo, costringendo ogni singolo spettatore a inquadrarsi come parte di un tutto veicolato da algoritmi eterodiretti. Ed è, infine, un interessante veicolo per la performance attoriale della coppia Mikey Madison (Frances Haugen, informatica di Facebook) e Jeremy Allen White (Jeff Horwitz, reporter del Wall Street Journal), perfettamente a loro agio in un confronto costante che ha il ritmo del ping-pong (cinese) e le ascendenze della commedia americana anni Quaranta. Sorkin va oltre The Social Network. Non lo oltrepassa nell’abilità della messa in scena, complicata persino da replicare, ma nei tempi e nella consapevolezza.

La start up in ascesa del precedente lavoro è ormai il fenomeno globale che ha fattezze orwelliane e velleità distopiche. In questo, The Social pare un film di fantascienza che ha inverato la realtà ed è diventato un horror. Sorkin concentra tutto in due soli luoghi, entrambi rigorosamente celati, ufficialmente non esistenti nel mondo reale (anche se a un certo punto il film si pone la domanda su quale sia davvero il mondo reale, dandosi l’ovvia e inquietante risposta di un reale immateriale che proietta il desiderio facendolo avverare). Praticamente tutta l’ambientazione di The Social è sottratta all’evidenza perché l’evidenza non fa più parte della concretezza della realtà, spostata ormai su un altro piano, una volta ritenuto solo virtuale: posti nascosti, sottratti allo sguardo, camere d’albergo in cui entrare celati, parchi periferici e deserti in cui il giornalista e la sua fonte si incontrano per difendere la riservatezza; una sala dall’accesso limitato ai più stretti collaboratori in cui si simula l’udienza cui sarà sottoposto Mark Zuckerberg, luogo separato dal mondo in cui il mondo si ricrea ad arte. Lo stesso Zuckerberg non è più il nerd ambizioso e ambiguo interpretato da Jesse Eisenberg ma una maschera incarnata come un automa da Jeremy Strong con un’inquietante fissità che punta alla disumanizzazione. La domanda che il film si pone – ovvia, peraltro – è che cosa siano davvero oggi la verità, la cronaca, quando il 43% degli adulti trae le sue fonti di informazione principalmente su Facebook e sui social in genere.

Il Jeff Horwitz di Jeremy Allen White risponde a Mikey Madison che la sua avversione per i social non nasce dal timore che il suo lavoro sia improvvisamente superato, quanto dalla cattiva qualità di questo tentativo di sostituzione. Così come la natura non ammette l’esistenza del vuoto, così Facebook tende a eliminare l’attrito (è una delle innumerevoli sentenze manualistiche del film), equivalenza che causa un’inversione rispetto alla fruizione delle notizie, perché sono queste che rincorrono l’utente tramite ricalibrature dell’algoritmo, per un’informazione che invece di diventare capillare e universale si piega alla conferma del proprio preconcetto. Dando per di più vita a quei fenomeni noti come filter bubble ed eco chamber, in grado di generare prima false convinzioni e poi mostri effettivi che si riversano nei casi di cronaca e che nel film seguono una precisa parabola che parte dal prologo e termina nell’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021. Qual è l’effettivo valore di questa verità, permettere che siano forniti illimitati canali di accesso per rispecchiarsi agevolmente nel mondo o porre dei filtri per ricondurre quello stesso flusso indistinto a una logica di verifica realistica?

È in questa paralisi etica che si concentra l’inchiesta del film, perché «la democrazia che si pretende a parole di difendere va bene solo per i governi», mentre sul resto pesa una responsabilità diretta deformata dalla potenza accelerante dell’algoritmo, modellato per plasmare pensieri, convinzioni, fake news e nuove certezze. Nel mondo parallelo fatto di nuove verità raccontato da The Social, probabilmente solo un preambolo prima dell’avvento dell’apocalisse imminente dell’AI per il quale restiamo in attesa di Artificial di Guadagnino, la realtà si determina con un clic in più e in meno, con un’emoticon, con la condivisione di un contenuto pronto a innescare una progressione algoritmica di altri contenuti dello stesso tenore, coaguli della medesima rabbia disposta a deflagrare. La distopia è post-governativa, si ritiene oltre le leggi e al di là di qualunque deontologia: sul vecchio e sempre attuale altare del profitto e nell’indifferenza preoccupata solo di essere accusata, si sacrificano salute mentale, sicurezza individuale e nazionale, principi e doveri. Sorkin si rifà a una storia arcinota, l’archetipo di Davide contro Golia, così come lo hanno fatto nel passato Tutti gli uomini del Presidente, Spotlight, The Report, The Post, Insider e Dopesick (questi ultimi due indirettamente citati da Mikey Madison nella sua audizione al Congresso), e il divario tra i due è sempre maggiore.

Da un lato c’è un gigante ancora più temibile («La mafia sarebbe un nemico più facile», dice uno dei capiredattori del Wall Street Journal), dall’altro due emarginati, a diverso titolo e in qualche modo antitetici, rispetto al mondo che intendono combattere: Horwitz è l’idiot savant, il candido volteriano rispetto all’universo social, davanti al quale si rivela un intero universo sotto la guida di Frances, estranea e isolata dal mondo di cui fa pur parte proprio perché a conoscenza di ogni risvolto e alterazione possibile. In una messa in scena rispettosa dei personaggi e della mole di dati e percentuali che attraverso il personaggio di Horwitz, talvolta anche con qualche eccesso didascalico, vengono forniti allo spettatore, Sorkin riesce a creare tra i due protagonisti una deliziosa alchimia anche per merito dei dialoghi scoppiettanti e spesso vicendevolmente soverchianti, che trascendono la relazione tra indagatore e fonte per affondare le loro radici, come abbiamo detto in apertura, nel cinema di altro genere e di un altro tempo. Jeremy Allen White è costantemente intriso di uno stupore che si addensa progressivamente sul suo volto; Mikey Madison è determinata e indifesa, presente e aliena, un ossimoro vivente che probabilmente le dona il ruolo finora più compiuto della sua breve carriera.


