Animotion: La piccola Amélie di Maïlys Vallade e la meraviglia delle piccole cose

Dopo essersi aggiudicato il Premio del pubblico al Festival di Annecy e il Premio per il Miglior film europeo al San Sebastián Film Festival, grazie a Lucky Red ha trovato distribuzione anche in Italia La piccola Amélie, un piccolo grande film che conferma quanto la Francia in particolare, in Europa ma non solo, possa essere ancora culla di veri gioielli dell’animazione contemporanea che nulla hanno da invidiare alle grandi produzioni internazionali. E l’Accademy con le recenti candidature pare non si sia fatta sfuggire l’occasione per sottolinearne il valore. Adattamento del romanzo La metafisica dei tubi di Amélie Nothomb, scrittrice belga francofona, nata a Etterbeek (Bruxelles) il 9 luglio 1966, figlia di un diplomatico che per lavoro stazionava in Giappone nel decennio successivo alla conclusione del conflitto mondiale, il film è l’esordio al lungometraggio di Maïlys Vallade, nel recente passato animatrice già coinvolta in progetti audaci (Dov’è il mio corpo?, Sacha e il Polo Nord o Erneste e Celestine) e Liane-Chao Han, anche lui animatore per Chomet ne L’illusionista (e nel reparto artistico di Il piccolo principe) e si pone come interessante oggetto culturale che spariglia le carte dell’intrattenimento rivolgendosi tanto agli spettatori più piccoli quanto a quelli più maturi.

 

 
Questo è il primo fattore a suo vantaggio: la capacità di abbracciare un pubblico vasto che ancora crede nel potere delle immagini dell’animazione e ancora cerca storie per viaggiare nelle emozioni. Il film di Maïlys Vallade e Liane-Cho Han offre un sistema di corrispondenze tra forme e colori di grande intensità, costruito sull’accumulo e la definizione dei particolari, ma contemporaneamente è capace di prendere per mano lo spettatore e condurlo di fronte al mistero della vita, a spingerlo nelle profondità delle domande esistenziali più sommerse e a fare emergere un fitto reticolato di significati, ricordi, sentimenti che gioca tutta la sua consistenza su astrazione e sottrazione. Il risultato è un connubio ritmato di gioia e dolore, euforia e terrore, grandi dubbi e immense questioni aperte. Il secondo elemento che gioca a suo favore è dato dalla luce: questo film è pieno di luce e lavora proprio nella direzione di un senso della meraviglia e della scoperta delle piccole cose. Per questo motivo riesce tanto a divertire quanto a commuovere, tanto a tradurre con immagini vive le domande profonde della piccola Amélie e dei suoi primissimi anni di vita trascorsi in Giappone quanto a evocare liricamente una condizione esistenziale che pare immortalata e fissata nel tempo.

 

 
Questa luce che colpisce il nostro sguardo è l’elemento che apre lo scrigno dei ricordi della piccola Amélie e di riflesso apre il suo di sguardo verso il magico e inquietante mondo dell’infanzia. Non mancano i riferimenti ai classici dell’animazione giapponese che hanno portato in scena l’infanzia con tutto il suo mondo di domande e capricci, conflitti e sogni: da Il mio vicino Totoro a La storia della principessa splendente, La piccola Amélie esplora l’aggrovigliata trama dell’esistenza umana a cominciare da quella leggerezza che connota la piccola protagonista, disposta a trovare una risposta a tutto ma pure aperta e pronta ad accogliere il nuovo e il diverso, l’insolito e il pauroso. Lo spettro della morte, il confronto con la perdita dell’amata nonna, la fine di un sogno vissuto ad occhi aperti, sono soltanto alcuni degli indizi che spingono lo spettatore di fronte a qualcosa che da particolare assume un valore universale seguendo il solco sfrenato segnato dalla penna di Amélie Nothomb: indizi, ricordi, metafore e paradossi irriverenti per descrivere le proprietà terapeutiche del cioccolato, la parola (pensiero fatto carne), la quadratura degli opposti, la sinergia con il luogo di nascita fino al filtraggio della realtà come unica via di scampo.

 

 
Il primo impatto col mondo lascia sempre una ferita e nulla passa senza traccia, neanche il nulla, Amélie ne è consapevole e il quotidiano diventa il primo interlocutore per comprendere la realtà, sulla scia del cinema di Ozu e, più vicino, di Hosoda. Infine, il terzo fattore che porta a ritenere questo film un vero fulmine a ciel sereno nel panorama contemporaneo, con la speranza che si possano incontrare altre esperienze così compiute, è poi, senza dubbio, il fatto che si tratti di un’operazione dedicata alla potenza del cinema inteso come oggetto scopico-emotivo che assembla gli elementi del tutto, costruttore di immagini di mondi sovrapponibili e paradossali. Cosa vediamo in una tavoletta di cioccolato bianco? Cosa significa utilizzare quella parola? Perché il proprio nome ha quel suono? Misteri, domande, scoperte incredibili, tutto filtrato secondo l’esperienza della vita, unica e irripetibile questione di sguardo che pulsa, si muove, anima.