La vivacità della scena noir scozzese è impressionante. A parte William McIlvanney che non può essere confinato solo nel genere data la sua grandezza, non si possono dimenticare Ian Rankin, Christopher Brookmyre, Louise Welsh, Stuart MacBride, Alex Gray, Caro Ramsay, per citare solo alcune fra le voci più interessanti. Ora anche da noi si possono leggere le opere di Alan Parks, il volto nuovo del Tartan noir. Nel gennaio del 1973 a Glasgow ci furono sei omicidi. Partendo da questo dato Alan Parks ha iniziato nel 2017, con Gennaio di sangue, la sua avventura nel noir facendo incrociare il crime con la ricostruzione storica. La serie dovrebbe contare la bellezza di dodici romanzi (uno per ogni mese). Dopo Gennaio di sangue (pag.359, euro 9,90) sono usciti, tutti per Bompiani, Il figlio di febbraio (pag.415, euro 9,90) e L’ultima canzone di Bobby March (pag.396, euro 18). Nato in Scozia ed ex studente dell’Università di Glasgow, Parks conosce la città intimamente e ne fa la co-protagonista delle indagini e della vita di Harry McCoy. Un detective trentenne inquieto (alcolizzato, tossico e con un amico boss) nella Glasgow underground, quella dei pub, della droga, dei bordelli, della violenza priva di senso. Ciò che colpisce nei romanzi, a parte il realismo violento che abita la città, è la stazione di polizia (detta anche bottega), dalla quale è un continuo e infinito andare e venire. Diviene punto di raccolta e ricomposizione dei sanguinanti contrasti e delle aberrazioni più estreme, più che centrale è un po’ avamposto in una sorta di western urbano e un po’ ufficio reclami per la cittadinanza che non ha di meglio da fare, oppure palcoscenico per i picchiatelli che chiamano per rivendicare ogni nefandezza. (In apertura un’immagine di Great Western Road, la strada nella quale si svolge gran parte di  L’ultima canzone di Bobby March).

 

 

McCoy fa da mentore a Wattie, il collega giovane e inesperto che ad ogni indagine diviene sempre più cinico; ha un capo (Murray) che lo stima e un collega (Raeburn) che lo odia. Poi c’è Cooper che si è preso cura di McCoy quando erano bambini, lo ha difeso quando stavano in istituto. McCoy di fatto ha un debito enorme con lui, continua ad essergli amico anche se non è la cosa migliore per la sua carriera. Cooper è uno squalo, tortura, uccide, gestisce puttane e locali clandestini, vuole diventare il più grande trafficante di eroina della città. Va avanti facendo ciò che deve essere fatto: è un criminale senza rimpianti. Nei tre romanzi la sfida per entrambi è coltivare la loro amicizia mentre le rispettive carriere progrediscono. Uno dei punti di forza della serie è rappresentato dal fatto che McCoy è affidabile ed onesto sul lavoro, quanto è borderline fuori, di giorno fedele alla legge, di notte un alcolizzato insonne che di fatto si comporta come un gangster. Parks ha un’inclinazione per l’inquadratura e la messa a fuoco della scena, un gusto cinematografico anche per il dialogo, per il ritmo, come si evince dal finale di L’ultima canzone di Bobby March:

“Lo sai cos’è l’ideale per far passare il dolore delle pugnalate?”
“L’eroina?” chiese McCoy.
Cooper ghignò. “Testa di cazzo sbronzarsi. Dai, mi sento generoso. Sono persino disposto a venire nel tuo posto di merda, il Victoria.”
“Non è il mio posto di merda” disse McCoy alzandosi a fatica. “E’ il posto di merda di chiunque a Partick. Offri tu?”
Cooper annuì. “Perché no? A quanto pare sono pieno di grana.”

 

In Gennaio di sangue l’omicidio annunciato di una ragazza scoperchia un verminaio, un luna park sessuale per ricchi annoiati. Già da questo romanzo si coglie la bravura di Parks a lavorare sui personaggi di contorno, a rendere avvincenti, con brevi pennellate, caratteri che sono fondamentali per aggiungere consistenza e interesse al racconto. McCoy prende, quella che col passare dei romanzi diviene la consueta, razione di pugni, calci, coltellate, sputi da balordi di ogni risma o da poliziotti disonesti. Ma si rialza sempre “per farsi strada per le strade”. Non gli manca la determinazione, come l’amore per le donne, spesso drogate perse, puttane, ma tutte femme fatale (a volte senza saperlo). L’unico difetto evidente di Gennaio di sangue è la determinazione dello scrittore di stipare troppo nelle pagine, di mantenere un ritmo frenetico che non permette al lettore nessuna pausa riflessiva. In Il figlio di febbraio, finora l’opera più cupa, in scena c’è Connolly, un serial-killer fissato con Elaine Scobie, la figlia di un gangster, alla quale ha ucciso il fidanzato-calciatore per poi scorazzare per la città in un crescendo di sangue e follia. L’ultima canzone di Bobby March appare come il romanzo più riuscito ed equilibrato, forse anche perché si occupa del mondo della musica nel quale Parks ha lavorato per oltre vent’anni. Il libro inizia con l’overdose di Bobby March, un chitarrista in disarmo di Glasgow tornato in città per un concerto. Prosegue con la scomparsa della tredicenne Alice Kelly e di Laura, nipote dell’ispettore capo Murray, in apparenza fuggita di casa. Mentre le vicende si intrecciano inesorabilmente, il significato dell’azione, la radice del male, si trova in fondo agli abissi del cuore umano. Parks affina la sua forza narrativa, il talento per la frase nuda (“…adesso se n’è andata. Ha fatto Vamos. Sparita. Andata affanculo. E si è portata via quindicimila dei miei bigliettoni.”), per il diaologo scarnificato, nonché la psicopatologia della civiltà urbana, con storie piene di grovigli famigliari, di figli in cerca di padre, di sradicati alle prese con un’ipotesi di vita. Con lucidità Parks confessa:”Mi piacciono tutti i cliché del crime scozzese. La strada cattiva, il compagno solidale, il rasoio amico fidato del delinquente, il capo scontroso… Volevo scrivere libri che li avessero tutti e provare a guardarli in un modo leggermente diverso”. Missione compiuta.

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