Il grandissimo Noam Chomsky (classe 1928) ci aiuta a comprendere le terribili conseguenze del cambiamento climatico in atto e si confronta con Robert Pollin, celebre economista progressista. Chomsky e Pollin analizzano la crisi climatica e i rischi a essa legati per poi esplorare le sue inestricabili connessioni con l’economia capitalista, dalla prima industrializzazione di inizio Ottocento al moderno neoliberismo sfrenato.  I due avanzano una proposta percorribile per un Green New Deal, un piano economico e politico globale in grado di arrestare il processo in corso e salvare il nostro pianeta.  Minuti contati. Crisi climatica e Green New Deal globale, di Noam Chomsky e Robert Pollin, Interviste di C.J. Polychroniou (Ponte alle Grazie, traduzione di Andrea Grechi e Valentina Nicolì, pp. 240, euro 16,00) è un saggio-intervista diviso in quattro lunghi capitoli. Il primo, intitolato La natura del cambiamento climatico, inquadra la sfida del riscaldamento globale nell’ambito delle altre crisi affrontate in passato dal genere umano. Il secondo, Capitalismo e crisi climatica, affronta sul piano teorico ed empirico le connessioni tra capitalismo, distruzione ambientale e crisi climatica. Con il terzo, Un Green New Deal globale, descrive il programma necessario per portare a termine con successo la transizione verso un’economia verde. Si chiude con La mobilitazione politica per salvare il pianeta che affronta diverse questioni tra le quali il modo in cui la crisi climatica potrebbe influenzare l’equilibrio globale del potere.

 

Per gentile concessione dell’editore Ponte alle Grazie pubblichiamo un estratto da Minuti contati. Crisi climatica e Green New Deal globale, di Noam Chomsky e Robert Pollin.

 

 

In che modo i cambiamenti climatici modificheranno gli equilibri di potere mondiali?

Noam Chomsky:  Dipende dal corso che seguirà il riscaldamento globale (global warming) o surriscaldamento globale (global heating), come lo definisce più realisticamente il Guardian. Se le scelte politiche e la prassi seguiranno la rotta attuale, questa sarà una domanda puramente accademica, poiché la vita sociale organizzata si disintegrerà. Supponiamo che prevalga il buon senso e rimanga una qualche forma di ordinamento sociale. Allora
molto dipenderà dalla sua natura. I passi da intraprendere per salvare dalla catastrofe la vita sulla Terra potrebbero comportare mutamenti importanti nella natura della società umana e della coscienza popolare.
Potrebbe diventare più umana e giusta grazie agli sforzi cooperativi e alla solidarietà internazionale, indispensabili per affrontare il disastro imminente. In questo caso il concetto di «equilibri di potere mondiali» potrebbe
diventare obsoleto, o quantomeno molto meno brutale nella sua essenza. Immaginiamo invece che tale stadio di civiltà non venga raggiunto, ma che siano comunque adottate misure per sostenere in qualche modo la vita umana organizzata. A quel punto possiamo supporre che il Sud globale ne sarà ulteriormente colpito. Grandi aree potrebbero diventare a malapena vivibili: l’Asia meridionale, il Medio Oriente, buona parte dell’Africa. E i ricchi non sfuggiranno a questo destino. L’Australia è a rischio, governata da un criminale di stampo trumpiano che sta portando il paese verso il disastro. La Cina ha seri problemi ecologici. La Russia è altamente esposta
ai cambiamenti climatici e, a differenza della Cina, sta facendo ben poco al riguardo. Per una crudele ironia della storia, quindi, proprio il paese che oggi guida la corsa alla distruzione del pianeta probabilmente subirebbe i danni minori nell’immediato, mantenendo l’incontrastata posizione di egemonia globale detenuta sin dal trionfo della Seconda guerra mondiale, dopo una mobilitazione bellica che prosciugò quasi la metà del PIL, ossia molto più di
quanto servirebbe adesso per raggiungere le zero emissioni nette nel giro di qualche decennio e così evitare la
catastrofe definitiva. Per quanto sia penoso speculare su eventuali equilibri di potere fintantoché un livello quantomeno accettabile di civiltà rimane un miraggio, diciamo che essi potrebbero avere una configurazione non troppo diversa da quelli del periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, anche se il «potere» potrebbe essere
ancora più spietato rispetto al passato.

Scrivi