Fuga di Harlan Coben e l’inarrivabile ferocia dei legami familiari

Con Fuga (Longanesi, pag. 397, euro 18,60) ritorna l’attenzione su Harlan Coben. Un fenomeno da 33 romanzi pubblicati, 11 dedicati alla serie di Myron Bolitar, (per 75 milioni di copie vendute) e un contratto in essere con Netflix per 14 progetti e altri accordi sparsi con Amazon Studios, MGM International e Apple. Il successo internazionale è arrivato con Non dirlo a nessuno, portato sullo schermo nel 2006 da Guillaume Canet. Coben è una impressionante macchina di scrittura:”Non sono bravo a scrivere in casa, anche se ora sto migliorando. La maggior parte degli scrittori ha una routine prestabilita, un luogo prestabilito. La mia routine è non avere una routine”. Ha scritto ovunque, una volta si è installato per sei mesi al bancone di una gastronomia Stop & Shop. Per finire The Stranger, ha trascorso tre settimane sul sedile posteriore di un’auto che girava (su suo ordine) senza una meta. Alla CBS lo hanno intervistato chiedendogli quale è il segreto della scrittura e lui laconico come sempre:”produrre pagine. Se non le produci va male…” Un ex ottimo giocatore di basket di college, alto un metro e novanta, con una testa zeppa di rapimenti, fughe, inseguimenti, scontri, omicidi, famiglie disfunzionali, amanti disperati….Quando è in piena scrittura si lascia travolgere:”Mi faccio crescere la barba da playoff. Non faccio la doccia, sembro un pazzo”.Coben inizia ogni libro con un’idea, piuttosto che un personaggio, e quando comincia a scrivere, ha già il finale in testa, un’abitudine che gli permette di inserire colpi di scena e sorprese per il lettore. Impiega circa nove mesi per scrivere un romanzo, con il finale che spesso gli sgorga perché l’ha immaginato per tanto tempo. Ha raccontato di aver scritto le 40 pagine finali di Win, il suo ultimo libro, in un giorno. Con Run Away (titolo originale di Fuga) siamo nei territori più amati e frequentati dallo scrittore di Newark, il domestic thriller: famiglie all’apparenza normali alle quali capitano eventi eccezionali che sconvolgono la loro tranquillità borghese. La figlia di Simon Greene, Paige, è in fuga. È dipendente dalle droghe e sotto l’influenza di Aaron,  il violento fidanzato. La sua famiglia ha fatto tutto il possibile per aiutarla, ma alla fine ha accettato che  finché Paige non sarà pronta a ripulirsi non è possibile fare nulla. Simon, manager di successo di Manhattan, la vede per caso a Central Park, interviene e viene scaraventato con la moglie e gli altri figli in un universo dove i conti si regolano con l’omicidio e la sopravvivenza va conquistata ogni giorno. Come sempre Harlan Coben è un maestro nel prendere quella che sembra essere una famiglia normale e svelare la facciata e i segreti che sono sepolti  (magari da anni) appena sotto la superficie. Inventa un mondo che attrae il lettore. Si può permettere di giocare l’artificio contro la realtà (il tempo pare velocizzarsi, accadono un nugolo di fatti, con un ritmo impensabile), il tutto  perché, come ha spiegato a Le Monde: “quando un lettore apre un libro un intero universo deve prendere vita”.

 

 

 

Non dirlo a nessuno (2006) di Guillaume Canet