Teresa è una studiosa eccellente, una ragazza brillante che segue le tappe di un sentiero già tracciato che la porta verso il successo, nella fattispecie di un lavoro come assistente per un’importante mostra sull’antico Egitto in un museo di Berlino. Ruben è un artista che nella capitale tedesca approda come tanti italiani, senza un vero piano, nella fattispecie grazie al padre che gli finanzia la vita da bohémien. I due s’incontrano e iniziano la più classica delle relazioni amorose turbolente da film sullo sfondo di un luogo suggestivo. Il classico scontro da cui nessuno uscirà la persona che era prima. Cosa gli si vuol dire, a Manuele Fior? Bravo, cos’altro gli si può voler dire? Hypericon (Coconino Press, pag.128, euro 25) è il classico lavoro da fumettista completo di alto livello, di qualità in tutti gli aspetti della sua esecuzione, ivi compresa la realizzazione dell’oggetto libro, soddisfacente da sfogliare e da tenere in mano, curato nella sua dimensione più fisica, una delle molteplici espressioni di Coconino in quanto editore più che mai lanciato in una proposta editoriale ambiziosa in termini di varietà quanto di profondità, se si considera che sotto lo stesso marchio editoriale esiste la collana Brick, di Ratigher. Un oggetto di classe in sinergia con un segno grafico altrettanto elegante, un uso dei colori che ricorda da vicino i quadri di Edward Hopper a cui Fior s’ispira cum grano salis, senza copiare pedissequamente ma portando all’autore un tributo correttamente adattato alle esigenze del fumetto, evitando le trappole di un facile feticismo (per tacere, sempre in tema di tributi, Éric Rohmer citato in copertina).

 

Del resto lo stile di Fior ha un sentore, in ogni sua opera, di contaminazione pittorica che si esprime proprio nell’uso del colore e che contribuisce a creare lo stile che lo contraddistingue mescolandolo con un tratto più marcatamente fumettistico che, per certi aspetti, sembra ricordare un Bastien Vives più riflessivo e meno nervosamente dinamico. Non di sole belle tavole vive tuttavia Hypericon. La scrittura di Fior è infatti solida, magari non originale ma forse nemmeno lo voleva essere altrimenti non avrebbe percorso sentieri narrativi battuti e ribattuti da ogni medium, ma incentrata sull’esecuzione come tutto il resto del volume. Tutti gli elementi funzionano, sono al loro posto in un meccanismo che non s’inceppa nel suo dispiegare una riflessione sul tempo come Kairos più che come Cronos, più come succedersi di eventi che inteso nella sua accezione quantitativa. Gli eventi, poi, sono raccontati in un’alternanza di opposizioni fra la dimensione privata e la dimensione Storica in senso più ampio, la vicenda è ambientata a cavallo della fine del millennio fino all’11 settembre 2001, momento in cui il mondo irrompe con violenza nelle vite private dei protagonisti che a malapena sembrano rendersene conto e si alterna al racconto della scoperta della tomba di Tutankhamon. Il tempo, in Hypericon, è una rete complessa che attraversa le vite e le determina attraverso l’interazione di sistemi complessi e di dimensioni variabili in cui ciò che veramente è impossibile è la libertà dalle possibilità che si presentano a noi come conseguenza dell’incontro con l’altro, a più livelli spaziotemporali, che ci piaccia o meno.

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