Quest’autrice può senz’altro confermare che nella nuova stagione di Bridgerton, serie tv di successo creata da Chris Van Dusen e prodotta da Shonda Rhimes e incentrata sulla benestante e numerosa famiglia della nobiltà inglese di inizio Ottocento, proseguono le vicende dei fratelli Bridgerton tra balli in società, lussuose ed eleganti cene e stagioni di corteggiamento raccontati dall’acuta e fantomatica osservatrice nonché scrittrice scandalistica Lady Whistledown, alias Penelope Featherington (Nicola Coughlan). Se la prima stagione era focalizzata quasi interamente sulla storia d’amore tra Daphne Bridgerton (Phoebe Dynevor) e il duca Simon Basset (Regé-Jean Page), contraddistinta da note melense ed eccessivamente patetiche e sdolcinate, questa volta il protagonista è il primogenito Anthony (Jonathan Bailey), alle prese con la ricerca di una sposa da condurre all’altare. Sotto alcuni aspetti, è innegabile come la caratterizzazione generale della trama dipenda indissolubilmente da quella propria del personaggio, che, al contrario della sorella Daphne, è maggiormente razionale e poco incline al sentimento amoroso e alle sue più chiare manifestazioni. Di conseguenza, le modalità di relazione e rapporto del protagonista con il mondo femminile appaiono più contenute e trattenute, almeno inizialmente, a significare una scarsa dimestichezza del Visconte con gli affari di cuore ma anche una più matura volontà di scandaglio del proprio animo nel momento del confronto con il gentil sesso, incarnato in questo caso da una donna fuori dagli schemi, indipendente ma allo stesso tempo responsabile come lui: Kate Sharma (Simone Ashley), giunta a Londra dall’India con la famiglia con lo scopo di far convolare a nozze la sorella minore Edwina (Charithra Chandran), da lei stessa istruita e formata a diventare una buona moglie e madre.

 

 

Dunque, a differenza della prima stagione, in cui il tema principale, per quanto declinato in maniera banale e superficiale, si identificava più che altro con la presa di consapevolezza tipicamente femminile (dal punto di vista di Daphne) di possedere e poter utilizzare a piacimento la propria sessualità, nella seconda ci si concentra con più attenzione sulle molteplici sfumature del sentimento amoroso alla luce degli sguardi e dei duri giudizi della società dell’epoca, tutt’altro che disposta a perdonare scandali e ripensamenti, ovvero ciò che contraddistingue in parte l’autentica condizione umana. Quindi, quest’autrice è disposta oltremodo a tollerare, se non quasi addirittura ad accettare certe enfatiche espressioni della passione amorosa che attanaglia i vari protagonisti, scoprendo un netto miglioramento, soprattutto a livello di sceneggiatura, rispetto alla prima stagione, in cui i dialoghi apparivano scontati e banali. Dopotutto, è indubbio il successo anche mediatico della ormai celebre battuta pronunciata da Anthony al fine di dichiarare il proprio cocente amore a Kate: «Sei la rovina della mia esistenza e l’oggetto di tutti i miei desideri». Battuta che spazza via, di fatto, il «Brucio per te» di Simon rivolto a Daphne, che risulta tutt’al più uno sforzo di scrittura insipido e di scarsa pregnanza. 

 

 

A ogni modo, lasciando da parte i costanti errori di anacronismo buonista (si sono mai visti indiani e afroamericani sedere agli eleganti tavoli dei nobili inglesi dell’epoca come pari?) e le petulanti e ridondanti digressioni della trama (otto lunghi episodi solo per mettere in scena ciò che anche lo spettatore più ingenuo poteva aspettarsi sin dall’inizio), quest’autrice può limitarsi a considerare alcuni elementi positivi, quali la scenografia, di innegabile qualità, la fotografia e la caratterizzazione di alcuni personaggi chiave. Uno di questi è senz’altro Penelope che, grazie a un innato talento, si fa strada, seppur nell’ombra, come una giovane e aspirante scrittrice in grado di guadagnare grazie alla propria attività. Sembra risuonare qui, per certi versi, la lezione di Virginia Woolf elargita nel suo capolavoro Una stanza tutta per sé: «Una donna deve avere soldi e una stanza tutta per sé per poter scrivere» al fine di ottenere una reale indipendenza, mentale e soprattutto economica, all’interno di una società in cui alla donna era ancora assegnato il ruolo tradizionale di “angelo del focolare”. Nonostante siano riscontrabili molteplici e ammirevoli riferimenti a donne che hanno fatto la storia prima ancora che la professione di scrittrice fosse concretamente definita (si pensi a Jane Austen, le sorelle Bronte o Ann Radcliffe), il tentativo intrapreso dai creatori della serie tv rimane ancora in potenza, senza l’aggiunta di tratti realmente originali o rivoluzionari, forse per la presa di consapevolezza dello scopo più che altro commerciale e di largo seguito del format, per cui ciò che sembra interessare sono gli inutili intrighi amorosi e le strategie del matrimonio, privati però di un’autentica affidabilità storica. Lo stesso discorso, quest’autrice ne è la garante, può valere facilmente anche per Eloise Bridgerton (Claudia Jessie), sebbene la ragazza appaia come il personaggio più interessante tra tutti, esprimendo una concreta insofferenza nei confronti delle convenzioni sociali del matrimonio e una sincera attrazione per argomenti radicali come la condizione delle donne (non si sarebbe mai detto). Tuttavia, anche in questo caso specifico il tutto si rivela ancora acerbo (la stessa Penelope le rimprovera di non fare nulla di effettivamente rivoluzionario e utile al cambiamento) forse in previsione di una terza stagione. Chissà che la giovane non riservi delle belle sorprese.  Quest’autrice può infine concludere che Bridgerton appare come un pastiche quasi post moderno in cui si cerca di attualizzare le dinamiche sociali ottocentesche ma senza addurre nulla di realmente innovativo o degno di nota dal punto di vista creativo, preferendo concentrarsi sul tipico messaggio che inneggia a un amore puro e resiliente, in grado di sciogliere anche il cuore più indomabile. 

 

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