La stratificazione della realtà e la definizione di un livello alternativo per un mondo che appare schiacciato sotto la faccia ambigua dell’umanità sono tracce fondative dell’opera di Stephen King, che si riproducono senza tregua nei suoi romanzi e che costituiscono, quasi sempre, il punto focale del rapporto che il cinema ha instaurato con i suoi libri. Non stupisce dunque se la serie che HBO ha tratto da The Outsider (Sperling & Kupfer, 2018) è stata salutata dai suoi fan con un calore forse anche superiore a quello che ha accolto il libro (che comunque, a fronte di qualche scontento, è per molti la cosa migliore dell’ultimo King, tanto che l’aggregatore letterario Book Marks computa a suo carico solo recensioni entusiaste o positive). Giunta in Italia su Sky Atlantic a fine febbraio, The Outsider è in effetti una serie che offre un bel concentrato kinghiano, in cui imperversa un’entità maligna – El Cuco – che, se non raggiunge le vette di crudeltà del Pennywise di It, gli si avvicina di molto, anche se con caratteristiche più mutevoli e fantasmatiche e con una più diretta voracità spirituale. La tensione emotiva della serie resta sospesa sul filo kinghiano teso tra l’inquietudine che appartiene alla realtà quotidiana dei personaggi e la minaccia che lo scrittore proietta su di essa dal classico squarcio nella zona d’ombra.

 

 

 

I 10 episodi della serie portano la firma creativa tutt’altro che trascurabile di Richard Price, a sua volta scrittore notevole nonché sceneggiatore per autori come Scorsese (Il colore dei soldi e Lezioni dal vero), Spike Lee (Clockers, dal suo stesso romanzo) e Schroeder (Il bacio della morte). Se poi l’imprinting alla serie è dato da Jason Bateman (quello di La famiglia Fang), che non solo si fa carico di produrre ma anche dirige i primi due episodi con bello sguardo fincheriano e interpreta Terry Maitland, il protagonista rimosso della vicenda, allora il quadro è completo. The Outsider si accende su un senso di disequilibrio tra realtà oggettiva e inquietudine sotterranea che incombe sul classico scenario raccolto attorno a una comunità ristretta. Siamo a Flint City, in Oklahoma, e l’incipit è quasi alla Twin Peaks: il ritrovamento del corpo straziato di un ragazzino proietta sulla cittadina un’angoscia che trova subito la sua preda, apparentemente senza scampo: prove inoppugnabili indicano infatti che il mostro è Terry Maitland, coach scolastico, uomo integerrimo e padre amorevole, che telecamere di sorveglianza e testimoni oculari hanno visto aggirarsi sporco di sangue nel luogo dell’omicidio. Arrestato davanti all’intera comunità dal detective Ralf Anderson (Ben Mandelshon), Maitland professa la propria innocenza e porta prove altrettanto inoppugnabili del fatto che al momento dell’omicidio lui era a chilometri di distanza da Flint City.

 

 

Si apre così un conflitto che oppone due realtà egualmente oggettive di fronte alle quali la logica binaria si sgretola lasciando solo le macerie di un evento sconvolgente. Gli sviluppi immediati gridano infatti vendetta di fronte alla trasformazione della certezza della colpa nell’incertezza della ragione, amplificata per giunta da una serie di eventi luttuosi che generano dolore dal dolore. Sicché, a fronte della caparbia razionalità del detective Anderson è necessario che si ponga l’altrettanto caparbio approccio irrazionale portato da Holy Gibney (Cynthia Erivo), una investigatrice privata segnata da doti percettive aumentate (per non dire soprannaturali), che, tra l’altro, giunge in The Outsider dalla trilogia di Stephen King Mr. Mercedes. Il classico varco kinghiano nella zona morta lascia dunque emergere dalla tradizione popolare ispanica lo spettro di El Cuco, sorta di boogeyman parassitario che, come sempre accade nell’universo dello scrittore, cerca spazio nella realtà basandosi sulle angosce e sulle debolezze degli umani. Le dieci puntate della serie sviluppano gli eventi con una sostanziale coerenza rispetto alle oltre 500 pagine del libro, senza grandi cambiamenti. L’unico di un certo rilievo riguarda il detective Anderson, il cui senso dolente della realtà è approfondito dal dolore per la recente morte del figlio, che invece nel romanzo è vivo. Questo consente all’adattamento di Richard Price di tarare l’atmosfera complessiva della serie su un senso d’angoscia che avvolge ogni evento, diffondendo una tonalità livida sull’intera stratificazione del racconto, sia quella che spinge caparbiamente in direzione razionale sia quella, ovviamente preponderante, che si affida alla deriva mistery. Nonostante un certo avvitamento nei due episodi centrali, la progressione della serie è ben scandita ed equilibrata, garantendo l’ottima tenuta dell’insieme. Ultima nota: occhio ai titoli di coda dell’episodio 10…

 

 

 

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