Su Netflix l’eccessivo, misterioso, pop Ratched vola via dal nido del cuculo

Una delle serie di punta della stagione autunnale di Netflix è senza dubbio Ratched, creata dal giovane sceneggiatore Evan Romansky e sviluppata dal poliedrico e pluripremiato Ryan Murphy (Nip/Tuck, Glee, American Horror Story). Otto episodi che narrano le vicende dell’infermiera Mildred Ratched (Sarah Paulson), giunta nel Nord della California alla fine degli anni ’40 e decisa a farsi assumere nel team di infermieri del centro psichiatrico di Lucia, diretto dal Dott. Richard Hanover (Jon Jon Briones), un appassionato pioniere nel suo campo, con tutto il peggio che questo può implicare per i vulnerabili pazienti affidati alle sue cure. Romansky scrive il soggetto quattro anni orsono, all’età di venticinque anni, partendo dall’idea di indagare e decostruire il personaggio dell’infermiera Mildred Ratched, descritta come figura malevola e misteriosa nel romanzo di Ken Kesey del 1962 Qualcuno volò sul nido del cuculo, così come nei suoi successivi adattamenti teatrali e cinematografici. Nella performance vincitrice dell’Oscar di Louise Fletcher per il film di Miloš Forman del 1975, Ratched funge da principale antagonista di McMurphy (Jack Nicholson), ma poco si sa di lei e del suo background, salvo il fatto di essere stata un’infermiera militare durante l’ultimo conflitto mondiale.

 

 

Il soggetto di Romansky, del tutto disgiunto dalle vicende narrate nel romanzo di Kesey, è arrivato prima nelle mani dell’attore Michael Douglas (già produttore della pellicola di Forman) e, in seguito, fino a Murphy che l’ha sviluppato per Netflix. E quando Ryan Murphy è in forma, le sue creature risultano davvero imbattibili: ciò che tocca porta un’inconfondibile impronta, camp, magnifica, eccessiva, ma rigorosamente e sottilmente elaborata. I primi episodi risultano ben scritti, le citazioni si sprecano: Shining, Il silenzio degli innocenti, Il promontorio della paura, Finn Wittrock come Robert De Niro, che attende l’incontro con le sue vittime, osservandole scopertamente. Un punteruolo da ghiaccio usato per le lobotomie introduce l’ingresso in scena di Sharon Stone, pettinata come Madonna nel video di Express Yourself. Il gusto generale è quello di una versione pop del manicomio della seconda stagione di American Horror Story. Paulson è al centro di tutto: sfaccettata, generosa e sadica, il male è accettato solo se è lei a infliggerlo. Tenera nell’eccitarsi fantasticando su un’amputazione da lei stessa compiuta. Sarebbe un errore considerare Ratched un prequel di Qualcuno volò sul nido del cuculo. La Mildred Ratched di Sarah Paulson, infatti, vive di vita propria, nelle sfaccettature biografiche e caratteriali, dando origine a uno dei personaggi femminili più riusciti e convincenti dell’universo delle TV Series degli ultimi anni. Così come è convincente Judy Davis nei panni della caposala Bucket, meno invece Finn Wittrock, che non esce mai dal personaggio del killer squilibrato, a prescindere da quale serie di Murphy stia interpretando.

 

 

Scenografie all’estremo dell’estetizzante, divise da infermiere così cool da ricordare quelle delle mitiche hostess della Pan Am. E il verde, che ammanta costumi e arredi, colore dell’inconscio, dei tuffi nel Sé. Scogliere, motel, bicchieri di latte, suspense hitchcokiana ben giocata grazie anche alle musiche. Romansky e Murphy sembrano aver tratto gran parte della colonna sonora direttamente dai pezzi orchestrali di Bernard Herrmann per Vertigo. La fotografia ricorda quella de Il delitto perfetto, nelle sue fenditure di luce che scaturiscono da porte che illuminano scene di omicidi o tentati tali. Risulta forse troppo diluito il finale, con scelte di sceneggiatura non del tutto convincenti che fanno rimpiangere invece un episodio pilota praticamente perfetto.