Jesse è una bambina, o per meglio dire una proxy, un androide estremamente somigliante a una bambina, spedita da una fabbrica coreana a una coppia statunitense che non riesce ad avere figli. A differenza delle altre come lei, Jesse è dotata di un software installatole di nascosto da un programmatore che lo voleva testare, e che la rende in grado di crescere ed evolversi. L’upgrade lascia inizialmente stupiti i neogenitori, ma quando Jesse incontra una coppia di adolescenti disagiati con idee distruttive su come sfogare la propria rabbia sulla società, la situazione inizia a precipitare, proprio mentre il suo programmatore coreano la cerca per contenere i possibili danni della sua iniziativa. Made in Korea, di Jeremy Holt e George Schal (Panini Comics, pag.168, euro 20), si inserisce nel solco di Black Mirror e di quel suo modo di raccontare come la tecnologia rispecchia e al tempo stesso plasma le paure, le angosce, i desideri e soprattutto i comportamenti della società contemporanea. Il cortocircuito in tal senso avviene quando Jesse stringe amicizia con due ragazzi che volutamente ricordano gli autori della strage di Columbine, non a caso uno dei due di cognome fa Harris. E non solo i due personaggi. Il design degli ambienti della scuola e lo svolgersi degli eventi della parte centrale del fumetto sono chiaramente ispirati alla vicenda. Ed è qui che Jesse fa ciò per cui è programmata. Cresce. Smette di assorbire tutto come una spugna e prende una posizione, fa le sue scelte seppur con una volontà claudicante, imperfetta e piena di dubbi.

 

 

 

Nella caratterizzazione di Jesse sta tutto il meglio della contaminazione con Black Mirror, perché la sua personalità il prodotto dell’ambiente che la circonda e, soprattutto, delle persone che la circondano. Jesse è figlia della voglia di autonomia di Chul, il programmatore che ha scritto il suo software e lo ha sperimentato su una delle proxy prodotte dall’azienda per cui lavora, è figlia dell’ansia che i suoi genitori le proiettano addosso per paura di perdere ciò che fino a quel momento non avrebbero mai potuto avere, è figlia della rabbia sociale di due adolescenti disadattati, a loro volta figli di un ambiente che li ha resi paria pieni di odio per il mondo. L’uomo plasma la tecnologia che plasma l’uomo, in un loop che non si spezza mai veramente ma che cambia di forma e di valenza quando la tecnologia stessa comincia a evolvere da sé in una marcia in crescendo verso una possibile, temuta e agognata, singolarità. Tuttavia, nello stadio evolutivo raccontato in Made in Korea, il picco della tecnologia è una bambina disorientata che si affaccia al mondo nella maniera più contraddittoria e più violenta possibile, mettendo a nudo i punti deboli e le ferite aperte della società umana con l’ingenuità e la mancanza di tatto che solo chi non è mai stato parte del nostro mondo, e lo approccia dell’esterno, può avere. Ciò tuttavia non significa che lo sguardo di Jesse debba restare sempre freddo e analitico, anzi, la proxy sviluppa una sensibilità che può venir ferita, e quando succede gli effetti sono devastanti.

 

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