Il direttore artistico del Festival del film Locarno Carlo Chatrian ha approntato un programma di grande interesse, molto stratificato. Con 14 anteprime mondiali, spazio per autori emergenti come Rick Alverson Sina Ataeian Dena, Steve Chen affiancati a un concorso con 18 film. Non mancano i grndissimi ospiti (Marco Bellocchio, Michael Cimino, Edward Norton) e la presenza di opere di richiamo come Ricki and the Flash di Jonathan Demme con Meryl Streep, Southpaw di Antoine Fuqua con Jake Gyllenhaal, Trainwreck di Judd Apatow, Amnesia di Barbet Schroeder. Insomma dal 5 al 15 agosto tutti a Locarno!
Da segnalare la grande presenza di opere prime e seconde. Locarno va sempre a caccia di nuovi talenti? Questa è la priorità nella composizione del programma? E come si sposa con la presenza di maestri come Chantal Akerman e Otar Iosseliani?
Il Festival del film Locarno da sempre è una piattaforma ideale per scoprire e lanciare nuovi talenti, recentemente però, come notate, il concorso internazionale si è aperto ad accogliere anche maestri consolidati. Per me i due aspetti non sono in contraddizione, anzi. Per essere ben recepito il cinema del futuro ha bisogno di un confronto con l’esperienza di quei registi che da tempo esplorano il linguaggio cinematografico. La presenza in concorso di registi come Akerman, Iosseliani, Zulawski, Hong Sangsoo, van Warmedan da un lato è per me un motivo d’orgoglio e un segno della forza della nostra proposta, dall’altra spesso sono proprio i registi più navigati ad azzardare di più. Penso – per non fare torto ai cineasti in concorso – alla lezione di un maestro indimenticato come Manoel De Oliveira, geniale sperimentatore, di cui mostreremo Belle toujours.
Pietro Marcello, Andrea Segre e gli altri italiani…come ti sei orientato nella scelta? Cosa ti interessava?
La selezione dei film “nuovi” non segue criteri aprioristici. Si tratta di rispondere nel modo più onesto possibile ai film che ci arrivano o che inseguiamo. A posteriori però mi fa piacere notare come quest’anno a Locarno si ritrova una generazione di registi italiani che fanno film in un modo un po’ inconsueto, per gli standard produttivi consolidati. Pietro Marcello, Andrea Segre, Alberto Fasulo, Massimo Coppola e il duo Massimo d’Anolfi e Martina Parenti non hanno timore di mescolare linguaggi e tecniche diverse, contaminano la narrazione con uno sguardo debitore della lezione documentaria. I loro film sono sorprendenti peché vanno aldilà delle attese. Lasciando agli spettatori il piacere di scoprirli, mi pare che visti tutti insieme rivelano un’altra faccia del cinema italiano che fa ben sperare.
Domanda difficile e scivolosa. Selezionare un titolo significa dimenticarne molti. Chi conosce Locarno sa che è un luogo di scoperta e che spesso le scoperte più importanti si fanno fuori dai grossi circuiti. A chi ha voglia di esplorare consiglio di frequentare le sezioni Cineasti del presente e Signs of Life, lì si trovano gli azzardi più estremi, senza dimenticare il fuoriconcorso che quest’anno offre una ricca panoramica sul documentario con i nuovi film di Claire Simon, Kazuhiro Soda, Alberto Fasulo… Un titolo poco noto a mo’ di esempio è Mr Zhang Believes, un film cinese che parte dalla testimonianza di un uomo condannato dalla controrivoluzione ai campi di lavoro. Invece di fermarsi alla sua parola, il regista ha deciso di dare forma alla sua memoria costruendo una personale scena di teatro dove spettacoli d’ombre si intersecano con ricostruzioni di incontri celebri. Un film che permette un viaggio nella storia della Cina e un’esperienza visionaria.