Che hai fatto in tutti questi anni (Einaudi, pag.238, euro 20) è semplicemente il libro di cinema dell’anno. La storia dell’ossessione di Sergio Leone, ma pure il risultato dell’ossessione di Piero Negri per C’era una volta in  America.  Che negli anni non ha tralasciato una pista per trovare notizie, ha inseguito collaboratori e suggestioni in Italia come in Usa: ha trascorso una settimana a Austin all’Harry Ransom Center della University of  Texas per consultare l’archivio personale di Norman Mailer, autore di una sceneggiatura del film, pagata (dal produttore) e scartata da Leone. Scorrendo le pagine si ha la conferma che Enrico Medioli è l’altra anima del film, l’uomo che l’ha costruito e “ci ha messo dentro la letteratura” e che rivendica la paternità della battuta più celebre: “È mia, ed è un furto, che nessuno riconosce. Da Proust! Longtemps je me suis couché de bonne heure. Sì quella è mia. Ricordo che quando si parlava della storia, io dicevo: deve essere la ricerca del tempo perduto di un gangster”.  Uno dei piaceri maggiori è confrontarsi con i vari scenari, le possibili soluzioni, le scelte alternative: Sciascia sceneggiatore, Henry Fonda, Jason Robards, Charles Bronson, Gabriele Ferzetti, Ugo Tognazzi, Romolo Valli interpreti “pressoché certi” (per Leone nel 1972). E poi Romina Power che viene eliminata al secondo provino perché si presenta con Al Bano, oppure For What It’s Worth dei Buffalo Springfield che ha rischiato di finire nella colonna sonora. Acuta la scelta di guardare Leone da lontano, senza coinvolgere la famiglia, ma cercando risposte attraverso chi ha collaborato al film (Franco Ferrini, Claudio Mancini, Scott Schutzman, Ernesto Gastaldi…). De Niro erano decenni che non parlava del film, eppure Negri nel dicembre del 2020 è riuscito finalmente a raggiungerlo via Zoom (“Non ho mai pensato a Noodles come vincente o come perdente. Oggi usiamo, spesso, troppo spesso questi termini…”). E poi la cronaca di un montaggio pazzesco che parte da duecento chilometri di pellicola, oltre dieci ore di girato. Un modo per sciogliere il mistero di quella felice sbrigliatezza narrativa che faceva progredire Leone nella storia senza porsi troppo problemi di spazio e tenuta semplicemente perché lui poteva principescamente farne a meno. Diamo la parola a Piero Negri.

 

 

Leone ha impiegato 18 anni per fare il film. Mi ricordo che 15 anni fa hai iniziato a raccogliere materiale su C’era una volta in America (ti avevo dato anch’io dei ritagli…). Che hai fatto in tutti questi anni per arrivare alla fine del lavoro? Come ti sei organizzato? Non c’era pericolo di perdersi?
C’era questo pericolo, lo ammetto. Soprattutto negli otto anni (2011-2019) in cui ho lavorato alla redazione di un quotidiano (La Stampa a Torino) e mi sono nati due gemelli. Ma questo libro era come un tarlo che non mi mollava, ci pensavo tutti giorni, si può dire, almeno per qualche minuto. Con il terrore mai confessato neppure a me stesso di non riuscire a finire il lavoro, che comunque mi pareva ancora informe, inestricabile. Così nel 2019, quando ho intravisto la possibilità di dimettermi dal giornale e tornare a vivere con la mia famiglia mi sono anche detto, con Elvis: it’s now or never. Mi sono buttato, ho finito una prima stesura il 29 febbraio 2020, data infausta, dovevo capirlo. È arrivata la pandemia, dopo un momento di scoramento Einaudi mi hafatto  sapere che erano ancora interessati al libro, l’ho parzialmente riscritto anche perché a fine 2020 sono finalmente riuscito a parlare con Bob De Niro e la missione che anche alcuni dei miei migliori amici credevano impossibile alla fine stata compiuta.

 

La tua opinione su C’era una volta in America come è mutata negli anni?
Diciamo che ora non ho più una vera opinione, ma credo di essere entrato in quell’atmosfera da fumeria d’oppio, o da favola, come preferiva dire Leone, in cui le ombre si sovrappongono e non sei certo di vedere nulla. A me questo film è sembrato subito enorme, dalla prima volta che l’ho visto. E anche un po’ inafferrabile. E questa opinione non è cambiata, in fondo, anche se ora credo di saperne di più. Infatti, senza fare spoiler, a un certo punto ho sentito l’esigenza di finire il libro con un breve capitolo un po’ romanzesco. Di immaginare di alzarmi come quelle “gru” che Leone ogni tanto faceva. E per ispirarmi sono andato a vedere la tomba del Maestro.
 

 
Mi ha sempre impressionato l’assoluta consapevolezza che sta alla base del film: dalla scelta del formato a quella che tu chiami “l’invenzione dell’immagine di Delli Colli”.
Sì, sì. E se ne parla poco. Ma per certi versi C’era una volta in America è una resa dei conti con il cinema americano. Leone ne adotta tutti i formati più classici e per certi versi li stravolge, li usa, li celebra e li seppellisce. Per questo, forse, molti americani, soprattutto a Hollywood, hanno odiato questo film. Oltre a non capire come mai uno strafatto di oppio nel 1933 potesse immaginare in sogno le città e le macchine del ’68, che mi è sempre parsa l’obiezione più assurda e infantile alla teoria del “è tutto un sogno indotto dall’oppio”.
 
 
Cosa accade quando si vedono le 14500 foto realizzate sul set da Angelo Novi e come hai scelto quelle da inserire nel libro?
A me è successo che mi sono un po’ perso. Perché – forse sbagliando – è stata una delle prime ricerche che ho fatto e tante cose non le potevo capire. A un certo punto si vede pure Ava Gardner! Poi con il tempo ho scoperto che era per caso a Cinecittà quando ci girava Leone. Era una visita di cortesia, ma allora non potevo saperlo, e mi sono fatto altri film tutti nella mia testa.

 

 
C’è questa affermazione di De Niro, che ha ribadito in più occasioni e che ha confermato anche a te, che trovo meravigliosa :”Sergio non voleva finirlo il film, sarebbe andato avanti ancora, forse per sempre…”. Com’era il loro rapporto?
De Niro rifiuta l’introspezione, ti racconta i fatti e lascia a te l’interpretazione. Pure su storie di 40 anni fa. Quindi è una mia teoria, però suffragata da molte testimonianze: credo che lui all’inizio questo film non lo volesse fare, forse perché aveva capito che sarebbe stato un impegno enorme e poi perché non aveva mai visto un film di Leone. Si è fatto convincere dal produttore Arnon Milchan, che forse aveva salvato il suo progetto di King of Comedy e magari anche la vita del suo amico Scorsese. Gli doveva qualcosa. Poi, quando ha conosciuto Leone, l’impatto non deve essere stato entusiasmante, i loro erano due modi diversissimi di fare cinema. Però, mano mano, gli è diventato amico, forse – azzardo – con gli anni, con i film terribili che ha fatto De Niro e con una maggiore maturità, è arrivato a stimarlo sempre di più e a rimpiangerlo sinceramente. Come mi pare abbia espresso, a modo suo, anche nella mia intervista.

 

Una delle cose più divertenti del libro è vedere la folla di sceneggiatori, produttori, attori che avrebbero potuto lavorare al film. Anzi, alcuni lo hanno pure fatto.
Sì. Devo dire che è l’aspetto che ha più divertito anche me. Enrico Medioli mi ha detto che lui, scrivendo la sceneggiatura, ha visto passare tutti i produttori del cinema italiano, anzi, di quello europeo. Passavano e via… La scelta degli sceneggiatori, poi, è una delle linee narrative del mio libro, tra le più importanti. Con tutto quello che ciascuno di loro si portava dietro, anche solo come potenziale. Pensa a John Milius!

 

Con la mole di interviste che hai fatto sarà rimasto fuori molto materiale. C’è qualcosa che tornando indietro inseriresti?
In realtà no, non ho lasciato fuori molto. Anche interviste o dettagli che sembravano inutili spesso hanno trovato un senso e una collocazione in una s storia così lunga e complessa. È un po’ il mio modo di lavorare, a incastri: a volte cerchi una conferma o un’informazione e ne trovi un’altra inaspettata che puoi inserire in un punto del tutto diverso del racconto. Scrivo utilizzando una cartella di Google Drive o un Dropbox e così posso accumulare materiali che poi quasi sempre vengono utili, anche se lì per lì non sembra.

 

 

Ho letto il libro in una domenica. Ed è stato un grande piacere, le 238 pagine sono volate e mi sono trovato a pensare che avresti potuto fare un bel tomone da 500 pagine, anche solo per rimanere in sintonia con la maestosità di C’era una volta in America. Mai sfiorato dall’idea?
Sì, però mi hanno convinto a tagliare un po’ e se c’è una cosa che ho imparato facendo il giornalista nelle redazioni per 25 anni è che qualunque pezzo migliora con un taglio ben fatto. È importante anche lasciare un po’ di spazio all’immaginazione di chi legge.

 

Estremizzando si può dire che il tuo saggio sposa l’idea che sia un film di fantasmi o si tratta di una scorciatoia troppo comoda?
Estremizzando sì, perché Leone stesso incoraggiava questa teoria. Sai che c’è una teoria, rilanciata di recente anche da Tarantino, secondo cui Charles Bronson/Armonica muore nella prima scena di C’era una volta il West e da lì in poi appare come un fantasma. Se guardi quel film tenendo questo in mente cambia tutto. In meglio.

 

Citi il famoso articolo di Leone per il Corriere della Sera. Ho letto le interpretazioni più disparate per la frase:”C’era una volta in America sono io”. Per te a cosa si riferiva?
. Molto semplicemente, che era il suo film più personale e che si rivedeva nei personaggi. Però qui si entra nel mistero di C’era una volta in America, con cui molti di noi, non solo Leone, tendono ad avere un rapporto molto intimo e personale. È un film a più strati, forse anche psicanalitico: non dimentichiamo che l’ha scritto soprattutto Enrico Medioli, che ha firmato Rocco e i suoi fratelli, La ragazza con la valigia, Il Gattopardo, Vaghe stelle dell’Orsa, La caduta degli Dei, Ludwig, Gruppo di famiglia in un interno… Dentro c’è anche un sentimento omoerotico che Leone negava, ma che offre altri possibili interessanti interpretazioni.

 

 

Concordi con chi afferma che i tagli e l’insuccesso americano hanno contribuito alla fine di Leone?
Non lo so, ma non ci credo tanto. Mi pare piuttosto che lui sapesse di avere problemi al cuore e avesse un’atteggiamento un po’ fatalista. Scott Schutzman, il giovane Noodles che ora fa lo psicoterapeuta, mi ha parlato lungamente di come Leone mangiasse avidamente e sempre tanto. Un’abitudine di cui lui dà un’interpretazione psicanalitica, naturalmente.

 

C’era una volta in America l’ho visto solo al cinema. Negli anni, penso sei,  sette volte. Non credo sia possibile vederlo in televisione. Si perde tutto, soffocano le scelte compositive dell’inquadratura. Esagero?
A me del cinema manca la condivisione: vedere il faccione di De Niro per la prima volta in un cinema, trattenere il respiro con decine di altre persone e interrogarsi con altri su ciò che si è appena visto è un’esperienza impagabile. Ma quello, appunto, può avvenire solo una volta. Oggi poi ci sono certi schermi tv straordinari che forse rivederlo a casa, magari con amici, non è più un sacrilegio.

Piero Negri

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